Il fatto
Sabato 18 aprile a Colombare di Sirmione si tiene un incontro pubblico per parlare della sanità in Lombardia. I temi sono quelli di sempre: liste d'attesa infinite, mancanza di medici e il fatto che per fare una visita oggi o paghi di tasca tua o aspetti i tempi di un'era geologica.
La storia
Provate a raccontarlo a vostra madre o a vostro nonno. "Nonna, hai bisogno di quella visita specialistica, chiamo il CUP". E lì inizia l'odissea. Ti dicono che l'appuntamento disponibile è tra otto mesi, in un ospedale a chilometri di distanza, oppure che "non ci sono posti". A quel punto scatta la magia: chiami il centro privato dietro l'angolo e, incredibilmente, l'appuntamento c'è per dopodomani. Hai capito bene: per domani c'è, ma costa cento euro.
È la storia di migliaia di bresciani, da Sirmione a Desenzano, da Brescia città fino alle valli. Persone che lavorano, che pagano le tasse, che hanno i contributi versati per una vita intera, ma che quando stanno male si sentono dire che il sistema è "in difficoltà". Non è una difficoltà tecnica, è una scelta. Non è normale che per non rinunciare a una cura tu debba andare a scavare nei risparmi di una vita.
Poi ci sono le famose "Case della comunità". Ne sentiamo parlare ovunque, le inaugurano con il taglio del nastro e le foto per i giornali. Ma poi ci vai e cosa trovi? Spesso muri bianchi, scrivanie vuote e nessun medico che ti visiti. Eppure basterebbe mettere le persone giuste nei posti giusti, invece di costruire scatole di cemento che servono solo a dire che "abbiamo fatto qualcosa".
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Chi decide per noi? Qualcuno ha deciso che la sanità non deve più essere un servizio pubblico garantito, ma un mercato. E in un mercato chi vince è chi ha il portafoglio più gonfio. Te lo spiego io come funziona: se il pubblico non offre il servizio, o se lo rende così difficile da raggiungere che diventa un incubo, tu sei spinto naturalmente verso il privato.
Chi incassa? Le grandi cliniche, i centri diagnostici privati che proliferano come funghi in ogni angolo della provincia. Loro non hanno il problema delle liste d'attesa perché il loro unico criterio è il pagamento immediato. Più il pubblico è inefficiente, più il privato fattura. È un giro perfetto, una macchina oliata dove il profitto passa sopra la salute della gente.
E chi paga? Ancora noi. Paghiamo due volte. Paghiamo le tasse che dovrebbero finanziare gli ospedali e i medici di base, e poi paghiamo di nuovo la visita privata perché quella pubblica non c'è o è troppo lontana nel tempo. Ci tocca fare i conti con una realtà in cui il diritto alla salute è diventato un optional per chi può permetterselo.
Ma non finisce qui. Chi paga il prezzo più alto sono gli operatori sanitari. Medici e infermieri che restano negli ospedali pubblici, stremati, che devono gestire l'ondata di persone che arrivano al pronto soccorso perché non hanno trovato un medico di base o non potevano pagare una visita privata. Loro sono in prima linea a tappare i buchi di un sistema che è stato svuotato deliberatamente.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi vede la sanità come un costo da tagliare per far spazio ad altri interessi, dall'altra ci siamo noi che vediamo la sanità come l'unica cosa che ci salva la pelle quando le cose vanno male. Qualcuno ha deciso che il bilancio deve tornare, ma non ha detto a chi togliere i servizi. E, come al solito, i tagli arrivano dove fa più male: sul territorio, nelle nostre zone, lontano dagli occhi dei palazzi del potere.
Ci dicono che servono "nuovi modelli", che bisogna "riorganizzare". Parole difficili per dire che non vogliono mettere i soldi dove serve. Non è normale che in una delle regioni più ricche d'Europa si debba fare un incontro pubblico per chiedere che i cittadini possano essere curati senza andare in bancarotta.
E allora?
Andremo a Sirmione a parlare di "sfide e futuro", ma la domanda che dovremmo fare è un'altra: perché dobbiamo ancora chiedere il permesso per avere un diritto fondamentale?
Siamo davvero disposti ad accettare che la salute sia diventata una merce, dove chi ha i soldi vive più a lungo e chi non li ha deve sperare che la lista d'attesa si accorci per un miracolo? A voi sta decidere se questo è il futuro che volete per i vostri figli.