Il fatto
L'Associazione "Un Sorriso" ha effettuato una nuova donazione di fondi per sostenere le cure e le necessità di due bambini, Matteo ed Ettore. I soldi arrivano da raccolte private, eventi e generosità di singoli cittadini che hanno deciso di mettere mano al portafoglio.
La storia
Immaginate la scena. Siete al bar, prendete il caffè e vedete un volantino, oppure un post su Facebook. C'è la foto di un bambino, un sorriso che spacca il cuore e una richiesta: "Aiutateci a comprare questo macchinario" o "Contribuite per le terapie di Matteo". E noi, che siamo bresciani e abbiamo il cuore grande, tiriamo fuori dieci, venti euro. Lo facciamo volentieri, perché nessuno può restare a guardare quando c'è un bambino che soffre.
Ma fermiamoci un attimo. Provate a pensare a quante volte, negli ultimi anni, abbiamo visto queste raccolte fondi. Ogni volta è una corsa contro il tempo, un'ansia che morde, una preghiera che i soldi bastino per arrivare a fine mese o per pagare quella clinica specializzata che magari è a mille chilometri da qui. Non è normale che la vita di un bambino dipenda dalla capacità di un'associazione di organizzare una cena di beneficenza o una lotteria.
Te lo spiego io: siamo diventati bravissimi a tappare i buchi. Siamo i campioni mondiali del "facciamo noi", del "ci organizziamo tra vicini". E mentre noi ci sentiamo fieri di aver aiutato, ci dimentichiamo che questo sistema è un cerotto su una ferita aperta che non smette di sanguinare. Matteo ed Ettore hanno diritto alle cure non perché qualcuno è stato generoso, ma perché sono esseri umani.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Chi paga? Paghiamo noi. Paghiamo due volte. Prima paghiamo le tasse, quelle che dovrebbero servire proprio a garantire che nessun bambino debba fare affidamento su una donazione per curarsi. Poi, quando scopriamo che i servizi di sanita non bastano, che le liste d'attesa sono infinite o che certe cure non sono coperte, paghiamo di nuovo con le donazioni. Ancora noi.
E chi decide? Qualcuno, in qualche ufficio climatizzato, ha già deciso per noi che certi tagli sono "necessari", che certe prestazioni non possono essere garantite a tutti, che bisogna "ottimizzare". Ma l'ottimizzazione non si applica alla vita di un bambino. Quando si taglia sulla sanita, non si taglia sulla carta o sulle lampadine, si taglia sulla pelle della gente.
Chi incassa? Non parlo di soldi, ma di tranquillità. Incassa chi può permettersi di dire: "Beh, vedete che i cittadini sono solidali, allora non serve che lo Stato intervenga con più forza, tanto l'associazione Un Sorriso ci pensa". È una trappola perfetta. La solidarietà, che dovrebbe essere l'extra, il valore aggiunto, diventa il sostituto del diritto. Se la solidarietà diventa l'unico modo per sopravvivere, allora non è più solidarietà, è un'emergenza perenne.
Pensate a quanto costano queste cure. Sono cifre che farebbero girare la testa a chiunque. Eppure, se sommassimo tutte le donazioni private di tutta la provincia, avremmo un fondo immenso. Ma questo fondo è frammentato, è a macchia di leopardo. Se sei "fortunato" e hai un'associazione che ti segue, ti salvi. Se non hai nessuno che organizza la raccolta fondi, che fine fai? Ci tocca chiederci dove finiscono i soldi che versiamo ogni mese con le buste paga.
Non è possibile che nel 2024, in una delle zone più produttive d'Italia, l'assistenza a un bambino malato passi attraverso il "passaparola" della generosità. La generosità è bellissima, ma non può sostituire un sistema che funziona. Hai capito bene: stiamo sostituendo i diritti con i regali.
Eppure basterebbe che chi gestisce i fondi pubblici smettesse di guardare i numeri di un foglio Excel e iniziasse a guardare in faccia Matteo ed Ettore. Basterebbe che la sanita tornasse a essere un servizio e non un costo da limare. Invece preferiscono che siamo noi a fare i "buoni", così loro possono continuare a fare i "risparmiatori" con la pelle degli altri.
E allora?
Siamo felici per Matteo ed Ettore? Certo che lo siamo. Siamo grati all'Associazione Un Sorriso? Assolutamente sì, fanno un lavoro che non spetta a loro ma che è vitale. Ma a che punto arriviamo? Dobbiamo aspettare che ogni bambino abbia un'associazione dedicata per essere sicuro di ricevere le cure?
Non è questo il punto. Il punto è: fino a quando accetteremo che la salute sia una questione di fortuna e di collette, invece che un diritto garantito a tutti, senza dover chiedere per favore?