Il fatto
A Brescia nasce "Mani Im-Pasto", un progetto di "pizzaterapia" per adolescenti con fragilità psichiche. L'idea è semplice: usare la formazione professionale e il fare pizza come strumento di sostegno educativo e relazione per chi sta attraversando un momento difficile.
La storia
Immaginate la scena. Un ragazzo di sedici o diciassette anni, di quelli che a scuola non ce la fanno più, che in casa è diventato un fantasma o una bomba a orologeria. Magari vive a via Porto additive o in un quartiere di periferia dove l'unica prospettiva è girare in motorino senza meta. Questi ragazzi hanno la testa che scoppia, ansie che non sanno spiegare e un senso di vuoto che li mangia vivi. Non è normale che un adolescente si senta così solo nel 2026.
Poi arriva questa idea: mettiamoli a impastare. La farina, l'acqua, il lievito. Il gesto ripetitivo, il contatto fisico con la materia, l'odore del pane che cuoce. È vero, funziona. Aiuta a scaricare la tensione, dà un obiettivo concreto, fa sentire che puoi creare qualcosa di buono con le tue mani. È un modo per ripartire, un ponte verso il mondo che li ha dimenticati o che li ha etichettati come "difficili".
Il problema è che mentre noi applaudiamo a questa iniziativa, fuori dalla pizzeria c'è una realtà che fa paura. Genitori che non sanno più a chi rivolgersi, ragazzi che aspettano mesi per una visita specialistica e famiglie che si sentono abbandonate in un labirinto di burocrazia e liste d'attesa infinite. La pizza è un ottimo inizio, ma non può essere l'unica risposta.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Te lo spiego io come funziona: quando lo Stato e le istituzioni tagliano i fondi per la sanita e per i servizi sociali, succede che qualcuno deve "tappare i buchi". E chi lo fa? Spesso sono progetti a termine, iniziative di volontariato, associazioni che con tanta buona volontà cercano di salvare i ragazzi dal baratro.
Qualcuno ha già deciso per noi che la gestione del disagio giovanile possa essere delegata a percorsi "creativi". Certo, la pizzaterapia è bellissima, ma non sostituisce un terapeuta, non sostituisce un centro di salute mentale che funzioni h24 e non sostituisce un sistema di assistenza che non ti lasci solo quando il progetto finisce i fondi.
Chi incassa in questa situazione? Incassano i politici che possono dire: "Guardate che belle iniziative ci sono a Brescia, i ragazzi sono impegnati, c'è l'inclusione!". Si prendono il merito del successo di un progetto nato spesso dalla fame di aiuto di chi sta in basso, mentre nel frattempo i fondi per la sanita pubblica continuano a evaporare. Hai capito bene: si usa la buona volontà dei singoli per coprire l'inefficienza del sistema.
E chi paga? Ancora noi. Pagano i genitori che devono cercare privatamente un supporto perché il pubblico non risponde. Pagano i ragazzi che, una volta finito il corso di pizza, si ritrovano di nuovo davanti al muro della loro fragilità, perché il percorso educativo non è stato accompagnato da una cura clinica strutturata e costante.
Non è possibile che per avere un briciolo di attenzione e di cura, un adolescente debba per forza "imparare un mestiere". La salute mentale non è un corso di formazione professionale. È un diritto fondamentale che dovrebbe essere garantito a prescindere dal fatto che tu sappia fare una margherita o meno. Ci tocca sempre l'ennesimo "progetto pilota", l'ennesima "sperimentazione", mentre le strutture sanitarie di base cadono a pezzi.
Eppure basterebbe investire seriamente nel personale, assumere più psicologi nelle scuole, potenziare i centri di ascolto, rendere la sanita un servizio che non richieda un miracolo o un progetto di pizzaterapia per essere accessibile. Invece preferiamo le storie a lieto fine da mettere sui giornali, che fanno sentire tutti bravi, ma che non cambiano la sostanza della carenza di servizi.
E allora?
Siamo contenti per i ragazzi di "Mani Im-Pasto"? Certo che lo siamo. Chi non vorrebbe che un giovane trovasse la sua strada attraverso un gesto semplice e concreto? Ma la domanda che dobbiamo farci è un'altra: perché per curare la mente di un ragazzo a Brescia dobbiamo sperare che ci sia un forno acceso?
Possiamo continuare a chiamarla "terapia" quando in realtà è l'ultima spiaggia di chi non ha alternative, o vogliamo pretendere che la sanita torni a essere un servizio pubblico efficiente e non un collage di progetti a tempo determinato?