Il fatto
A Brescia parte "Mani Im-Pasto", un progetto di cosiddetta "pizzaterapia". L'obiettivo è prendere adolescenti con fragilità psichiche e metterli a contatto con la farina e il forno per aiutarli a ripartire attraverso la formazione e il sostegno educativo.
La storia
Immaginate la scena. Un ragazzo di sedici anni, di quelli che oggi chiamano "fragili" ma che in realtà sono solo ragazzi che non ce la fanno più, chiusi in camera con lo smartphone o persi in un vuoto che nessuno sa come riempire. A Brescia ne abbiamo a centinaia. Ragazzi che se provano a chiedere aiuto in un centro pubblico devono aspettare mesi, se va bene, o finiscono in liste d'attesa che sembrano quelle per un trapianto di cuore.
Poi arriva questa idea: impastare la pizza. Te lo spiego io: l'idea di far toccare con mano qualcosa di concreto, di sentire l'odore del pane, di stare in gruppo senza l'ansia di un colloquio clinico in una stanza bianca e fredda, è una cosa bellissima. È l'istinto del buon senso, quello che farebbe qualsiasi nonno o vicino di casa che vede un giovane andare a rotoli e gli dice: "Vieni qui, mettiamoci al lavoro che ti passa".
Il problema è che oggi, per fare una cosa che è semplicemente umana, serve un "progetto", serve un nome altisonante come "pizzaterapia" e serve un tavolo di lavoro coordinato. Perché se non lo trasformi in un progetto con un budget e un nome accattivante, quel ragazzo resta chiuso in camera sua e nessuno gli apre la porta.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto. Qualcuno ha già deciso per noi che la soluzione ai problemi psichici dei nostri figli sia un corso di cucina. Non dico che non serva, anzi, è fondamentale. Ma chiediamoci: perché siamo arrivati a dover usare la pizza per fare il lavoro che dovrebbe fare la sanita pubblica?
Non è normale che per dare un sostegno educativo a un adolescente in crisi si debba fare affidamento su iniziative isolate, quasi fossero dei "favori" o delle sperimentazioni. La verità è che ci tocca sempre arrangiarci. Lo Stato e la Regione tagliano, riducono i posti nei centri di salute mentale, diminuiscono gli psicologi nelle scuole, e poi, quando il danno è fatto, arrivano i progetti "creativi" per rimediare.
Chi paga? In primis pagano i ragazzi, che arrivano a questo punto di fragilità perché non hanno trovato nessuno nei momenti critici. Poi paghiamo noi, come comunità, perché accettiamo che la cura della mente sia diventata un'eccezione, un evento, un "percorso di ripartenza" invece che un diritto garantito e immediato. Se per aiutare un ragazzo serve un forno a legna, vuol dire che il sistema di cura standard è fallito.
Chi incassa? Non parlo solo di soldi, ma di immagine. Chi organizza questi progetti si prende il merito di "salvare" i giovani, e chi li finanzia può dire: "Guardate che belli questi ragazzi che fanno la pizza!". È una narrazione che scalda il cuore, ma che serve anche a coprire il fatto che i servizi di sanita di base sono ridotti all'osso. È molto più facile inaugurare un laboratorio di pizzaterapia che assumere cento psicologi e psichiatri per coprire tutto il territorio bresciano.
Eppure basterebbe avere una sanita che non ti rimbalza da un ufficio all'altro. Basterebbe che un genitore, quando vede il figlio stare male, non dovesse chiedere "conosci qualcuno che possa aiutarci?" o "c'è qualche progetto attivo in questo momento?", ma potesse andare in un centro pubblico e trovare una risposta in ventiquattr'ore. Invece, ancora noi, dobbiamo ringraziare perché qualcuno ha avuto l'idea di usare la farina per tappare i buchi di un sistema che perde acqua da tutte le parti.
Hai capito bene: stiamo sostituendo la terapia con l'attività ricreativa. Certo, impastare fa bene, crea legami, dà dignità. Ma la pizza non cura una depressione clinica, non risolve un disturbo d'ansia grave e non sostituisce un percorso terapeutico serio e costante. Se la pizzaterapia diventa l'unica alternativa perché non c'è più il medico, allora non è più una terapia, è un ripiego.
E allora?
Siamo contenti per i ragazzi di "Mani Im-Pasto"? Certo che lo siamo. Chi non vorrebbe che un giovane trovasse una strada per uscire dal buio? Ma non facciamoci abbindolare dalla poesia del gesto.
La domanda è una sola: perché per curare la testa dei nostri figli dobbiamo sperare che ci sia un forno acceso, invece di pretendere che funzioni la sanita?