Il fatto
Sabato 18 aprile, alle 17, alla sede Anpi di Colombare di Sirmione (via Einaudi 22), si tiene un incontro pubblico sulla sanità lombarda. Si parlerà di liste d'attesa infinite, mancanza di medici e di come l'accesso alle cure sia diventato un percorso a ostacoli per chi vive nel bresciano.
La storia
Provate a raccontarlo a vostra madre o a vostro padre. "Ho bisogno di una visita specialistica, il medico di base mi ha fatto l'impegnativa". E qui inizia il calvario. Chiami il centro prenotazioni e la risposta è sempre la stessa: "Prima data disponibile? Novembre dell'anno prossimo". Oppure, se sei fortunato, ti dicono che nel pubblico non c'è posto, ma che "se paghi privatamente puoi farla martedì prossimo".
Hai capito bene. Non è un malinteso, è il sistema. Ti dicono che il servizio c'è, ma per averlo in tempi umani devi tirare fuori i soldi di tasca tua. Così chi ha due soldi in più si cura, chi non ne ha rinuncia. In pratica, se abiti a Sirmione, a Desenzano o in qualsiasi altro posto della nostra provincia, il tuo diritto alla salute dipende da quanto è gonfio il tuo portafoglio a fine mese. Non è normale, eppure è quello che succede ogni singolo giorno nelle nostre case.
E poi ci sono le famose "Case della comunità". Ne sentiamo parlare da anni, ci hanno venduto l'idea di questi centri moderni dove trovare tutto a portata di mano. E invece? Molte restano scatole vuote, muri dipinti di fresco ma senza medici, senza infermieri, senza nessuno. Eppure basterebbe mettere le persone nei posti giusti invece di fare i rendering per i depliant.
Chi paga, chi incassa
Ma veniamo al punto: chi è che ci guadagna da questo disastro? Te lo spiego io. Quando il pubblico smette di funzionare, quando le liste d'attesa diventano montagne insuperabili, il cittadino non sparisce, semplicemente si sposta. Si sposta verso il privato. E il privato, indovinate un po', incassa. Incassa i soldi della gente che ha paura di stare male, incassa i risparmi di una vita di chi non può aspettare un anno per un'ecografia.
Qui sta il conflitto. Qualcuno ha già deciso per noi che la sanità non deve essere un servizio, ma un mercato. Hanno sbilanciato tutto: meno medici negli ospedali pubblici, meno supporto sul territorio, e più spazio a chi gestisce la salute come se vendesse scarpe o cellulari. Ancora noi, i cittadini, a fare da cavie di questo esperimento dove il profitto viene prima della cura.
Il risultato è un circolo vizioso che ci schiaccia tutti. Il medico di base è solo, sovraccarico, stressato; l'infermiere in ospedale è esausto perché deve fare il lavoro di tre persone; e il paziente è quello che sta in mezzo, a chiedersi perché paga le tasse se poi, per non morire d'ansia, deve pagare di nuovo la visita in una clinica privata.
Ci tocca accettare che il diritto alla salute sia diventato un lusso? Ci dicono che mancano i fondi, che mancano i medici, che è colpa della burocrazia. Ma i soldi per le grandi opere o per le consulenze milionarie si trovano sempre. Quelli per assumere un medico di famiglia a Sirmione o per far funzionare davvero una prenotazione unificata, invece, sembrano evaporare nel nulla.
È una scelta precisa. Non è un errore di calcolo, è un modello. Un modello dove il pubblico serve a coprire le emergenze più gravi (quelle che il privato non vuole gestire perché non rendono), mentre tutto il resto viene spinto verso chi può pagare. Chi paga? Noi. Chi incassa? Chi ha saputo cavalcare questa deriva negli ultimi vent'anni.
E allora?
Siamo ancora disposti a stare zitti mentre ci dicono che "va tutto bene" mentre le sale d'attesa sono piene di gente disperata? Sabato a Colombare si prova a fare il punto, ma la domanda vera è un'altra: fino a quando accetteremo che la nostra salute sia un business e non un diritto?