Il fatto
È partito Mnesys, definito come il più grande progetto di ricerca sul cervello mai fatto in Italia. Usano dati genetici, clinici e computazionali per creare un "gemello digitale" del cervello umano, con l'obiettivo di anticipare diagnosi di Alzheimer e Parkinson e personalizzare le cure psichiatriche.
La storia
Immaginate la scena. C'è il signor Mario, un pensionato di via Lombardia che a 70 anni inizia a dimenticare dove ha messo le chiavi o, peggio, non riconosce più il nipote. Mario va dal medico, aspetta mesi per una visita specialistica in un ospedale intasato, e quando finalmente arriva, gli dicono che "è l'età". Intanto, in un centro di ricerca all'avanguardia, si parla di gemelli digitali e di "psichiatria di precisione".
È un salto incredibile, hai capito bene: stiamo parlando di simulare il cervello al computer per capire cosa succede prima ancora che appaiano i sintomi. Una roba da film di fantascienza. Il problema è che tra il laboratorio di Pavia e la sala d'attesa di un presidio sanitario bresciano c'è un abisso che non si colma con un software.
Perché mentre i professori spiegano in televisione quanto è innovativo il progetto, noi continuiamo a fare la coda per una risonanza magnetica che non arriva mai o a lottare con una sanita che sembra sempre sul punto di crollare. Non è normale che l'Italia sia capace di fare la ricerca più grande d'Europa, ma non sia capace di garantire a Mario una diagnosi rapida senza che debba vendersi la casa per andare dal privato.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che la strada è questa: investire cifre enormi in progetti di ricerca di altissimo livello, finanziati anche dal PNRR. Certo, la ricerca è fondamentale, non siamo mica degli ignoranti. Ma chi decide come vengono spesi questi soldi? E soprattutto, chi decide quando queste scoperte arrivano davvero al paziente?
Ci tocca sempre la stessa storia: i fondi vanno nei centri di eccellenza, nei "Digital Neuroscience Center", dove si producono dati, pubblicazioni scientifiche e prestigio internazionale. Questo è bellissimo per il curriculum dei professori e per il prestigio dell'Italia nel mondo. Ma te lo spiego io come funziona: i soldi per la "ricerca di frontiera" arrivano quasi sempre, mentre i soldi per far funzionare i servizi di base della sanita spariscono nel nulla.
Chi incassa? Incassano i grandi centri, le aziende tecnologiche che forniscono i computer per i gemelli digitali, i consulenti. E noi? Noi incassiamo le promesse. Ci dicono che "in futuro" queste tecnologie aiuteranno i pazienti. Ma il futuro per chi ha il Parkinson non può aspettare che finisca il ciclo di finanziamento del PNRR.
Ancora noi a fare da cavie o da spettatori di un progresso che sembra fatto per altri. È paradossale: abbiamo i cervelli più brillanti del mondo che creano modelli digitali perfetti, ma non riusciamo a organizzare un turno di guardia decente o a ridurre le liste d'attesa per una visita neurologica di base.
Eppure basterebbe che una parte di questa spinta innovativa venisse usata per digitalizzare non solo il cervello, ma l'intera gestione della sanita pubblica. Basterebbe che il "gemello digitale" non servisse solo a pubblicare un articolo su una rivista scientifica, ma a rendere la cura accessibile a chi non ha i soldi per pagarsi il privato.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è la ricerca che guarda al cielo e al futuro, dall'altra c'è la realtà di chi deve curarsi oggi e non trova posto. Si investe nel "modello" del cervello, ma ci si dimentica della persona che quel cervello ce l'ha, ed è malata adesso.
E allora?
Siamo contenti di essere i primi in Italia a mappare il genoma e a creare cloni digitali di neuroni? Certo che sì. Ma a cosa serve avere il cervello più avanzato del mondo in un computer se poi, per curare quel cervello nella realtà, dobbiamo fare la fortuna di trovare un appuntamento entro l'anno prossimo?
La domanda è una sola: questa ricerca servirà a curare i cittadini o servirà solo a far dire che l'Italia è all'avanguardia mentre i nostri ospedali cadono a pezzi?