Il fatto
L'Associazione Un Sorriso per Matteo ed Ettore ha ricevuto una nuova donazione di fondi per sostenere le cure e le necessità di bambini con gravi patologie. I soldi arrivano da privati e raccolte volontarie per coprire spese che il sistema pubblico non gestisce.
La storia
Immagina la scena. Sei in coda al supermercato o al bar sotto casa, a Brescia, e vedi il solito banchetto con i volantini, le foto di bambini che sorridono nonostante tutto e il secchiello per le offerte. Tiri fuori cinque o dieci euro, lo fai volentieri perché sei una persona perbene e non puoi girarti dall'altra parte mentre un bambino soffre. È un gesto naturale, umano, bresciano.
Poi torni a casa e pensi: "Meno male che c'è l'associazione". Ma fermati un attimo. Riflettici mentre bevi il caffè. Perché per dare a un bambino le cure di cui ha bisogno, o un macchinario specifico, o una terapia che non sia un calvario, dobbiamo dipendere dalla generosità di chi passa per strada? Perché la salute di un figlio deve dipendere da quanto è efficace una campagna di raccolta fondi su Facebook o da quanti cuori buoni ci sono in città?
Te lo spiego io: perché ci siamo abituati a pensare che la solidarietà sia il sostituto della gestione pubblica. Ci dicono che è "bello vedere la comunità che si stringe", e noi diciamo "sì, è bellissimo". Ma la verità è che non è normale che la sopravvivenza o la qualità della vita di un minore dipenda da una donazione privata, per quanto lodevole sia il lavoro dei volontari.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. In questa storia ci sono i volontari, che fanno un lavoro immenso e che meritano tutto il nostro rispetto. Poi ci sono i donatori, ovvero ancora noi: i cittadini che mettono i soldi di tasca propria. E infine ci sono quelli che decidono come devono funzionare gli ospedali e la sanita della nostra regione.
Chi paga? Paghiamo noi due volte. Paghiamo le tasse, che dovrebbero garantire il diritto alla cura per tutti, senza distinzioni e senza dover chiedere "per favore" a un privato. E poi paghiamo di nuovo, con le donazioni, per tappare i buchi di un sistema che non arriva a coprire tutto. Hai capito bene: paghiamo due volte per lo stesso servizio.
E chi incassa? Non parlo di soldi, ma di comodità. Chi gestisce la sanita a livello centrale incassa un enorme vantaggio politico e organizzativo. Finché esistono associazioni come "Un Sorriso per Matteo ed Ettore" che riescono, con fatica e amore, a risolvere i problemi urgenti, chi sta nei palazzi può continuare a tagliare, a rimandare gli investimenti, a dire che "le risorse sono scarse".
Qualcuno ha già deciso per noi che la sanita deve essere un mix tra servizio pubblico e "buon cuore" dei cittadini. È un meccanismo perverso: più le associazioni sono brave a raccogliere fondi, meno pressione c'è su chi dovrebbe garantire quei servizi per legge. Se l'associazione compra un macchinario, l'amministratore di turno può dire: "Visto? Il problema è risolto", senza che sia stato speso un euro di budget pubblico per aggiornare l'ospedale.
Ci tocca quindi applaudire alla generosità, che è fondamentale, ma ignorare il fatto che questa generosità è diventata l'unico modo per ottenere diritti fondamentali. Eppure basterebbe che i fondi destinati alla sanita venissero gestiti senza sprechi e con una programmazione seria, per evitare che ogni famiglia debba trasformarsi in un comitato di raccolta fondi per non vedere il proprio figlio soffrire.
Non è questione di essere cattivi o di non voler donare. È questione di dignità. La dignità di un bambino non può essere legata a una "campagna di donazione". La cura deve essere un diritto automatico, non un premio alla simpatia o alla capacità di fare marketing del dolore per attirare donatori.
E allora?
Sì, doniamo. Sosteniamo l'associazione, perché quei bambini hanno bisogno di aiuto adesso e non possono aspettare i tempi della burocrazia. Ma mentre mettiamo i soldi nel secchiello, dobbiamo chiederci: fino a quando accetteremo che la sanita sia un optional gestito dalla carità?
Vogliamo davvero vivere in un mondo dove per curare un figlio bisogna sperare che qualcuno, per fortuna, decida di fare una donazione?