Il fatto
Martedì 14 aprile, centro direzionale di Brescia Due. Un uomo di 64 anni, mentre si trovava nei pressi di un istituto finanziario in via Cefalonia, è stato colto da un malore improvviso. È crollato a terra, è arrivata la Croce Bianca e l'uomo è stato portato d'urgenza al Civile di Brescia in codice rosso.
La storia
Immaginatevi la scena. Via Cefalonia, il cuore di quel quartiere che sembra costruito per le macchine e per chi corre sempre, dove i palazzi di vetro e acciaio ti fanno sentire piccolo piccolo. Gente in giacca e cravatta che cammina veloce, telefoni all'orecchio, l'ansia di arrivare in tempo per una riunione o per chiudere un contratto. E poi, all'improvviso, il silenzio. Un uomo di 64 anni – un uomo che, per legge, dovrebbe essere quasi a riposo, ma che invece è ancora lì, in mezzo al traffico e allo stress – si accascia a terra.
Chi c'era intorno è rimasto a guardare, paralizzato, finché qualcuno non ha chiamato il 112. Poi le sirene, l'automedica, i volontari della Croce Bianca che lottano per stabilizzarlo sul marciapiede, mentre Brescia Due continua a scorrere intorno a loro, come se nulla fosse. Perché in quel quartiere non ci si ferma mai, vero? Ci si ferma solo quando il corpo dice "basta", e lo fa nel modo più brutale possibile.
Te lo spiego io cosa significa: significa che siamo arrivati a un punto in cui l'ufficio, la banca, l'istituto finanziario diventano il luogo dove rischi di lasciarci la pelle. Non è un incidente, non è sfortuna. È la normalità di chi passa le giornate a rincorrere scadenze che non finiscono mai, in un ambiente che non prevede pause, ma solo performance.
Chi paga, chi incassa
Ora, fermiamoci un attimo a ragionare, perché qui c'è il punto. Chi paga il prezzo di questa corsa folle? Lo paga l'uomo di 64 anni che si ritrova in codice rosso al Civile. Lo pagano le sue famiglie, che invece di ricevere una telefonata per dire "sono a casa", ricevono la chiamata dall'ospedale. Lo paghiamo tutti noi, che guardiamo queste notizie e pensiamo: "Speriamo che non capiti a me", sapendo benissimo che siamo tutti sulla stessa trappola.
E chi incassa? Incassano quelli che hanno deciso che a 64 anni un uomo deve ancora stare in via Cefalonia a combattere con le scartoffie o con i numeri di una banca. Incassano i proprietari di quei palazzi di vetro, i capi che chiedono "un ultimo sforzo", i sistemi che hanno deciso che la produttività vale più di un battito cardiaco regolare. Qualcuno ha già deciso per noi che il lavoro deve venire prima della vita, e noi abbiamo accettato, zitti zitti.
Poi c'è l'altra faccia della medaglia: la nostra sanita. L'uomo è stato portato al Civile. Fortunatamente c'erano i volontari della Croce Bianca e i medici dell'automedica, gente che ci mette la faccia e il sudore ogni giorno. Ma provate a pensare a cosa succede quando arrivi in codice rosso in un ospedale che è costantemente sotto pressione, dove i corridoi sono pieni e il personale è stremato. Ancora noi, i cittadini, che ci affidiamo a un sistema che tiene botta solo grazie al sacrificio di pochi, mentre chi decide i budget sta seduto in un ufficio climatizzato lontano da via Cefalonia.
Non è normale che il luogo di lavoro diventi un luogo di pericolo. Non è normale che l'età pensionabile sia diventata un miraggio o un peso, spingendo persone che dovrebbero godersi i nipoti a rischiare l'infarto tra un ufficio e l'altro. Ci tocca accettare che la salute sia diventata un optional, qualcosa che gestiamo "se avanza tempo" tra una mail e l'altra.
Eppure basterebbe. Basterebbe smettere di considerare le persone come ingranaggi di una macchina finanziaria. Basterebbe chiedersi se quel 64enne avesse davvero bisogno di essere lì in quel momento, o se fosse l'ennesima vittima di un sistema che non sa più cosa significhi "riposo". Hai capito bene: stiamo parlando di vite umane trattate come costi di gestione.
E allora?
L'uomo è al Civile, e noi speriamo che ce la faccia. Ma una volta che le sirene si spengono e i giornali passano alla prossima notizia, cosa resta? Resta la consapevolezza che domani mattina, in via Cefalonia o in qualsiasi altra zona industriale di Brescia, ci sarà un altro uomo, o una donna, che correrà verso l'ufficio con il cuore che batte troppo forte.
Fino a quando continueremo a chiamarli "malori improvvisi" per non ammettere che è il nostro modo di vivere a essere improvvisamente diventato insostenibile?