Il fatto

Il Prefetto di Monza e Brianza ha firmato un divieto assoluto: nessun residente della provincia di Brescia può acquistare il biglietto per la partita InterU23-Union Brescia del 25 aprile all'U-Power Stadium. Porte chiuse per noi, per paura di scontri e disordini.

La storia

Immaginate la scena. Ti organizzi con gli amici, magari prendi il permesso al lavoro, carichi la macchina o guardi gli orari del treno per andare a Monza a sostenere i ragazzi. Poi leggi la notizia: non puoi andare. Non perché non hai i soldi per il biglietto, non perché non hai voglia, ma perché per lo Stato tu, cittadino di Brescia, sei automaticamente un potenziale pericolo pubblico.

È la solita storia che si ripete in giro per l'Italia, ma quando tocca a noi sembra sempre che ci sia un accanimento particolare. Ti svegli una mattina e scopri che i tuoi diritti di tifoso sono stati cancellati con una firma su un pezzo di carta in un ufficio a chilometri di distanza. Hai capito bene: se sei nato o vivi a Brescia, per loro sei un sospettato finché non dimostri il contrario, e comunque non ti fanno entrare.

E mentre noi restiamo a casa a guardare la partita in TV, magari imprecando contro il televisore, ci chiediamo dove sia finita la logica. Perché se un gruppo di quattro gatti decide di fare i bulli lanciando petardi o cercando la rissa, ci tocca pagare il conto a tutti? Siamo diventati una provincia di delinquenti o semplicemente è più facile fare un divieto generale che fare il proprio lavoro di sorveglianza?

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Chi paga davvero questa decisione? Paga il tifoso normale. Paga il padre che voleva portare il figlio a vedere una partita di calcio, paga il ragazzo che non ha mai visto un casco in vita sua ma che ama i suoi colori. Paga chi rispetta le regole, chi paga il biglietto regolarmente e chi non ha mai nemmeno urlato un'offesa a un arbitro. Noi paghiamo con l'esclusione, con la frustrazione e con l'etichetta di "pericolosi" appiccicata addosso senza nemmeno essere sentiti.

E chi incassa? Beh, chi incassa è la comodità di chi deve gestire l'ordine pubblico. Te lo spiego io come funziona: gestire una tifoseria richiede organizzazione, personale, intelligence, testa. Mettere un divieto di vendita per un'intera provincia richiede solo una firma e cinque minuti di tempo. È la soluzione più pigra del mondo. Invece di identificare i singoli responsabili, di usare le telecamere, di punire chi spacca e chi lancia, si decide di "blindare" tutto. È molto più facile dire "non entrate" che dire "noi controlliamo chi entra".

C'è poi l'aspetto del potere. Qualcuno, in un ufficio climatizzato a Monza, ha deciso per migliaia di bresciani. Qualcuno ha già deciso per noi che non siamo capaci di stare in uno stadio senza scatenare l'apocalisse. Questa non è sicurezza, questa è gestione del gregge. Ci trattano come se fossimo tutti uguali, come se l'intera provincia di Brescia fosse un unico grande gruppo ultras organizzato per fare danni.

Eppure basterebbe un minimo di criterio. Perché non limitare l'accesso solo a chi ha precedenti? Perché non creare zone separate e presidiate seriamente? Invece scelgono la via del "tutti fuori". È un metodo che non risolve nulla, anzi, alimenta solo la rabbia di chi si sente ingiustamente discriminato. Se tratti un cittadino onesto come un criminale, non lo rendi più rispettoso delle leggi, lo rendi solo più incazzato.

Non è normale che nel 2024 l'unica risposta a un problema di sicurezza sia il divieto totale basato sulla residenza. È un metodo primitivo, quasi medievale: "voi siete di quel villaggio, quindi non potete entrare nelle nostre mura". Ma siamo in un paese civile o in un torneo di cavalleria del trecento? Ancora noi a fare da capro espiatorio per l'incapacità di gestire pochi elementi molesti.

Alla fine, il risultato è che la partita si gioca senza il calore di chi ha viaggiato per sostenerla. Si perde il senso stesso dello sport, che è condivisione e passione, per trasformarlo in un'operazione di polizia. Il conflitto non è tra tifoserie, ma tra chi ha il potere di vietare e chi, come noi, deve subire in silenzio perché "è per la vostra sicurezza". Ma di quale sicurezza parliamo, se ci sentiamo insicuri nel nostro diritto di essere cittadini?

E allora?

Siamo contenti di essere trattati come una massa di vandali solo perché viviamo a Brescia? Possiamo continuare a dire "vabbè, è per il bene di tutti" mentre ci chiudono in casa come bambini cattivi?

Fino a quando accetteremo che un ufficio lontano decida chi può e chi non può andare a vedere una partita basandosi solo sul CAP di residenza?