Il fatto
Il Prefetto di Monza e Brianza ha firmato un provvedimento drastico: per la sfida InterU23-Union Brescia del 25 aprile, è vietata la vendita dei biglietti a chiunque risieda nella provincia di Brescia. Niente trasferta, niente tifo, stadio blindato per noi.
La storia
Immaginate la scena. C'è il padre che da settimane organizza il viaggio con il figlio, magari un ragazzino che non ha mai visto una partita fuori casa, che ha messo da parte i soldi della paghetta per il biglietto e il viaggio. Oppure il gruppo di amici che si ritrova ogni sabato al bar a parlare di calcio, che ha già prenotato il posto in macchina e organizzato i turni per la guida. E poi, puff. Arriva un pezzo di carta firmato da qualcuno che non sa nemmeno dove sia via Dante a Brescia e ti dice: "Tu non puoi andare".
Non è che ti dicono che è rischioso, o che devi stare attento. No, hai capito bene: se hai la residenza a Brescia o provincia, sei automaticamente un potenziale delinquente. Non importa se sei un pensionato che vuole vedere i ragazzi giocare o un ragazzo che non ha mai preso una multa in vita sua. Per lo Stato, in quel giorno, siamo tutti nello stesso sacco.
È la solita storia: succede qualcosa, qualcuno lancia un petardo, due scemi si prendono a spintoni e la soluzione più semplice per chi comanda è chiudere tutto. Perché gestire l'ordine pubblico richiederebbe testa, organizzazione e magari un po' di dialogo, mentre firmare un divieto di vendita dei biglietti richiede solo una penna e dieci secondi di tempo.
Chi paga, chi incassa
Ma fermiamoci un attimo a pensare a come funziona questo meccanismo, perché te lo spiego io. In questo gioco c'è chi decide dall'alto e c'è chi subisce. Da una parte abbiamo il Prefetto e il Questore, che siedono nei loro uffici e decidono che "il rischio è troppo alto". Comodo, no? Non devono gestire la folla, non devono fare i turni sotto il sole, devono solo evitare che succeda qualcosa per cui poi qualcuno potrebbe chiedere loro conto. La loro priorità non è che il tifo esista, ma che non ci siano problemi sulla loro scrivania.
Poi ci sono i "soliti noti", quegli ultras organizzati che citano i rapporti di sicurezza. È vero, ci sono persone che rendono la vita impossibile a tutti, che trasformano lo sport in una guerra. Ma ancora noi? Perché il prezzo di quattro o cinque scemi deve essere pagato da migliaia di bresciani onesti? È questo il punto: è molto più facile punire tutti che andare a prendere i singoli responsabili.
E mentre noi restiamo a casa a guardare la partita in televisione, chi ci guadagna? Chi gestisce la sicurezza, chi decide i flussi, chi ha il potere di dire "chi entra e chi no". In pratica, abbiamo creato un sistema dove il tifoso non è più un cliente o un appassionato, ma un sospetto. Non è normale che per andare a vedere una partita di Under 23 serva quasi un nulla osta della Questura.
Ci dicono che è per la nostra sicurezza, che è per evitare scontri con i monzesi. Ma eppure basterebbe un minimo di coordinamento, una divisione più netta degli accessi, un controllo più serio all'ingresso invece di cancellare l'intera provincia. Invece scelgono la via più corta: il divieto totale. È la soluzione di chi non ha voglia di lavorare, di chi preferisce il silenzio di uno stadio vuoto al rumore di una gestione complicata.
Alla fine, ci tocca di nuovo stare zitti e accettare che qualcuno abbia già deciso per noi. Ci dicono che siamo "pericolosi" a prescindere. È un marchio che ci appiccicano addosso e che poi diventa la scusa perfetta per ogni altra restrizione. Se oggi vietano il biglietto, domani cosa faranno? Ci chiederanno il permesso per andare a fare la spesa fuori provincia?
E allora?
Siamo davvero arrivati al punto in cui l'unico modo per garantire la sicurezza è eliminare le persone? Se per evitare un petardo devi togliere il diritto a migliaia di cittadini di seguire la propria squadra, forse il problema non è chi tifa, ma chi non sa più come governare un evento sportivo.
Ma voi, siete d'accordo di essere trattati come criminali solo perché siete nati a Brescia?