Il fatto

Il 15 aprile 2011 veniva ritrovato morto a Gaza Vittorio "Vik" Arrigoni, un volontario italiano. Sequestrato due giorni prima e ucciso in un blitz, il suo corpo è diventato il simbolo di una tragedia che non finisce mai. Oggi, a quindici anni di distanza, i suoi amici e chi ha lavorato con lui a Gaza provano a ricordarlo, mentre i responsabili del sequestro hanno visto le loro pene ridotte in appello e nessuno di loro è attualmente in carcere.

La storia

Immaginatevi un ragazzo di casa nostra. Uno di quelli che non stava a guardare mentre il mondo andava a rotoli, uno che non si accontentava di lamentarsi al bar o di leggere le notizie senza fare nulla. Vittorio non era un eroe da cinema, era un uomo che ha deciso di mettere il proprio corpo, la propria pelle, tra chi spara e chi subisce. Te lo spiego io: non è andato lì per fare il turista o per farsi le foto, è andato a Gaza per aiutare la gente a restare umana in un posto dove l'umanità è stata cancellata dai muri e dalle bombe.

A Brescia lo ricordiamo come uno che aveva il coraggio di stare in piedi quando tutti gli altri strisciavano a terra per paura dei proiettili. C'è chi racconta di come Vik camminasse dritto, come se volesse dire a chi sparava: "Guardami, sono un uomo, e tu cosa sei?". È questo che fa rabbia, no? Che mentre noi qui discutiamo di piccole cose, c'era un bresciano che rischiava tutto per un'idea di solidarietà che oggi sembra quasi un concetto alieno, qualcosa che non rientra nei calcoli di chi comanda.

Oggi ci arrivano i racconti di chi è rimasto là, di chi ha gestito il centro culturale dedicato a lui. Ci dicono che per tre anni non è stato possibile nemmeno fare una commemorazione decente. Hai capito bene: nemmeno il diritto di ricordare un morto in pace. Tutto perché in quella terra il sangue è diventato la moneta di scambio principale.

Chi paga, chi incassa

Ma veniamo al punto, perché qui c'è il conflitto vero. Chi è che decide chi vive e chi muore in quei posti? E soprattutto, chi decide che la giustizia deve essere così elastica? Non è normale che i sequestratori di un uomo, persone che hanno tolto la vita a un volontario, finiscano per non stare in cella dopo che le pene sono state "ridotte in appello". Qui qualcuno ha già deciso per noi che certe vite valgono meno di altre e che certi crimini possono essere archiviati con un colpo di penna.

Mentre i responsabili sono fuori, chi paga il conto? Paga la madre di Vittorio, paga chi lo ha amato, paga ogni persona che credeva che l'impegno di Vik potesse servire a qualcosa. Ci tocca ancora una volta constatare che quando si parla di diritti umani, i potenti giocano a scacchi con le vite della gente comune. Chi incassa in questa storia? Incassano quelli che vogliono che Gaza resti un buco nero, quelli che preferiscono che i nomi di persone come Vittorio vengano dimenticati o ridotti a una data sul calendario.

Eppure basterebbe un minimo di coerenza per capire che l'uccisione di un volontario non è un "incidente di percorso", ma il risultato di un sistema dove chi ha il potere decide chi può attraversare un confine e chi deve morire in un fosso. Ancora noi, i cittadini, a dover raccogliere i pezzi di una tragedia che non abbiamo scelto, ma di cui subiamo le conseguenze morali.

Il fatto che non si possa più commemorare Vik a Gaza negli ultimi tre anni ci dice tutto. Ci dice che il controllo totale non riguarda solo i vivi, ma anche i morti. Vogliono controllare pure la memoria. Vogliono che l'idea di "restare umani" diventi un ricordo sbiadito, un sogno ingenuo di quindici anni fa, perché un uomo che resta umano è un uomo che non puoi comprare, non puoi spaventare e non puoi governare.

La verità è che Vittorio è morto perché ha provato a fare l'unica cosa che conta: essere utile agli altri senza chiedere nulla in cambio. E in un mondo dove tutto ha un prezzo, l'essere gratuiti è l'unico vero atto di ribellione. Ma mentre lui è diventato un simbolo, i responsabili della sua morte passeggiano liberi. Questa è la giustizia che ci vendono?

E allora?

Quindi, dopo quindici anni, che cosa ci resta? Un ritratto fatto da un ragazzo di Gaza, qualche registrazione radiofonica e un senso di impotenza che ci strozza la gola. Ma la domanda è un'altra: siamo ancora capaci di indignarci o ci siamo abituati a vedere i nostri ragazzi morire lontano per idee che noi non abbiamo il coraggio di difendere nemmeno sotto casa?

Vittorio ci ha chiesto di "restare umani". Ma come si fa a restare umani in un mondo dove chi uccide non paga e chi aiuta finisce in una fossa? Forse l'unico modo è smettere di accettare che qualcuno decida per noi cosa è giusto e cosa è dimenticabile.

[twitter_title]Vittorio Arrigoni: 15 anni di silenzio e ingiustizia[/twitter_title] [twitter_description]Un bresciano morto a Gaza per aiutare gli altri. Oggi i colpevoli sono liberi e la memoria è sotto attacco. Restare umani è ancora possibile? #Brescia #Gaza [image_prompt]A gritty, realistic photojournalistic shot of a small, worn-out community center in Gaza, with a simple hand-drawn portrait of a smiling young man pinned to a concrete wall, dusty atmosphere, natural harsh sunlight. [tags]Vittorio Arrigoni, Gaza, solidarietà, giustizia, memoria[/tags] [category]cronaca[/category]