Il fatto

La Valsabbina Millenium Brescia ha spazzato via la Costa Volpino con un 3-0 netto (16-25, 21-25, 16-25). Risultato perentorio, finale playoff conquistata e un dominio totale in campo che non ha lasciato spazio a repliche.

La storia

Immaginate la scena. Lunedì sera, l'adrenalina che sale, il rumore della palla che sbatte sul pavimento e quell'atmosfera da stadio che ti fa sentire parte di qualcosa di grande. Per un paio d'ore, mentre guardi la partita o segui i risultati, ti dimentichi che fuori dal palazzetto c'è il traffico che non scorre, che le strade sono piene di buche e che per arrivare a vedere un match devi fare i conti con parcheggi che sembrano un campo di battaglia.

È la solita storia bresciana: siamo campioni in tutto, siamo i più forti, siamo "travolgenti". Ci piace l'idea della forza, della vittoria schiacciante, del risultato che non lascia dubbi. Hai capito bene: ci piace l'idea di vincere, ma spesso ci dimentichiamo di chiederci come siamo arrivati fin qui e chi, in tutto questo cinema, sta davvero guadagnando.

Il tifo è bello, non ce lo neghiamo. È quella scarica di energia che ti serve per sopportare una settimana di lavoro massacrante. Ma mentre esultiamo per un 0-3 che sembra una passeggiata, c'è chi guarda il tabellone e vede solo numeri, non persone. Perché dietro ogni schiacciata c'è un'organizzazione, e dietro ogni organizzazione c'è qualcuno che decide dove vanno i soldi e come devono essere gestiti gli spazi della nostra città.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto, te lo spiego io. Quando si parla di "autorità" e di "dichiarazioni di forza" in campo, è facile lasciarsi trasportare. Ma proviamo a guardare chi sta seduto in poltrona mentre gli atleti sudano. Qualcuno ha già deciso per noi che lo sport deve essere questo spettacolo patinato, dove l'importante è arrivare in finale, indipendentemente da quanto sia sostenibile il modello che c'è dietro.

Chi paga davvero il prezzo di questa corsa al successo? Spesso sono i piccoli, quelli che sostengono le società con le quote, i genitori che portano i figli a fare sport sperando in un futuro, i lavoratori che spendono i loro pochi soldi liberi per un biglietto. Ci tocca sempre fare la parte di quelli che applaudono, mentre i grandi accordi vengono presi in uffici chiusi, lontano dai campi da gioco e dagli spogliatoi che, a volte, cadono a pezzi.

E chi incassa? Incassano quelli che gestiscono i diritti, quelli che vendono gli spazi pubblicitari, quelli che trasformano una passione popolare in un prodotto da vendere al miglior offerente. Non è normale che in una città che produce così tanta eccellenza, sportiva e industriale, ci sia ancora questo distacco tra chi vive lo sport come vita e chi lo vive come un foglio Excel.

Poi ci dicono che è "merito del sistema". Ma quale sistema? Quello dove se vinci sei un eroe e se perdi sparisci nel nulla? Ancora noi, i bresciani, a rincorrere un'idea di successo che viene calata dall'alto. Ci dicono che la finale è l'unico obiettivo, che il risultato è tutto. Ma mentre corriamo verso quel trofeo, ci dimentichiamo di chiedere se le strutture sono a norma, se i giovani hanno spazi gratuiti per allenarsi o se tutto è diventato un business dove chi non paga non gioca.

Eppure basterebbe un po' di trasparenza. Basterebbe smettere di usare aggettivi come "travolgente" per coprire il fatto che lo sport di base è in crisi, che molte palestre sono inaccessibili e che il successo di una squadra di vertice non significa automaticamente che la città stia crescendo in modo equo. La vittoria della Brescia è un fatto sportivo, certo, ma il modo in cui viene raccontata serve a distrarci dal fatto che il potere decisionale è in mano a pochissimi.

Siamo abituati a questo: un grande successo che copre mille mancanze. Ci danno la finale e noi siamo contenti, così non chiediamo perché i trasporti per raggiungere i palazzetti siano un incubo o perché certe convenzioni siano riservate solo a pochi eletti. È un gioco di specchi: più il risultato è schiacciante, meno ci poniamo domande su chi stia davvero tirando i fili.

E allora?

Godiamoci la vittoria, certo, perché vincerci piace e Brescia vince sempre quando ci mette il cuore. Ma mentre festeggiamo questo 0-3, proviamo a chiederci: questa "autorità" in campo si traduce in un beneficio reale per chi vive il territorio, o è solo l'ennesimo trofeo in una bacheca che non appartiene a nessuno di noi?

Siamo pronti per la finale, ma siamo pronti a pretendere che lo sport torni a essere di tutti e non solo di chi può permettersi di stare in prima fila?