Il fatto

La Germani Brescia vince a Venezia 74-89. Dopo un inizio difficile e un gap di quasi dieci punti, i biancoblù rimontano grazie a un Burnell da 28 punti e a un Ivanovic decisivo nel finale, dominando l'ultimo quarto e portando a casa un risultato pesante.

La storia

Immaginate la scena: sei lì, in mezzo al traffico di Brescia, magari hai appena finito di lavorare, ti fai una birra veloce e accendi la radio o guardi il telefono per sapere come sta andando la partita. Senti che siamo sotto, che Venezia sta spingendo, e pensi: "Ecco, come al solito, partiamo col freno a mano tirato". È la storia di ogni nostra domenica, un misto di ansia e speranza che ti logora i nervi.

Poi però succede. Burnell decide che ne ha abbastanza di perdere e inizia a giocare come se avesse il telecomando della partita in mano. E noi, da casa o al bar, iniziamo a urlare, a gesticolare, a sentirci finalmente parte di qualcosa che funziona. Per un attimo dimentichi che fuori piove, che le strade sono un disastro e che l'affitto è salito ancora. Per un attimo, siamo i più forti.

Ma è qui che arriva il dubbio. Perché questa gioia è sempre così fragile? Perché per sentirci "grandi" dobbiamo aspettare che un giocatore straniero faccia il miracolo, mentre nel resto della città sembra che tutto vada a rotoli? È bello vincere, certo, ma è normale che l'unica cosa che funziona davvero a Brescia sia una palla che entra in un canestro?

Chi paga, chi incassa

Te lo spiego io come funziona. C'è chi suda sul parquet, come Burnell o Ndour, che si spacca la schiena per darci queste soddisfazioni. Loro sono i professionisti, fanno il loro mestiere e, se sono bravi, incassano i loro stipendi. Fin qui tutto bene, è sport. Ma alziamo lo sguardo dal campo e guardiamo chi decide dove vanno i soldi e come viene gestita questa macchina.

Qualcuno ha già deciso per noi che il basket deve essere l'unico orgoglio della città, una sorta di anestetico per non farci notare che tutto il resto è in salita. Ci vendono l'idea della "città che vince", della squadra che "fa paura a tutti", ma poi prova a prendere un autobus o a cercare un medico senza aspettare sei mesi. Hai capito bene: ci danno la vittoria sportiva per farci stare zitti su tutto il resto.

Chi incassa davvero? Non sono solo i proprietari della squadra o gli sponsor che vedono il loro logo sui giornali mentre noi esultiamo. Incassano quelli che usano questi successi per dire: "Vedete come siamo efficienti? Guardate che squadra abbiamo!". Ma l'efficienza della Germani non è l'efficienza della nostra vita quotidiana. Non è che se Burnell segna una tripla, magicamente le buche in strada si riparano da sole.

E poi c'è il discorso dei costi. Ci tocca pagare biglietti, merchandising, abbonamenti. Siamo noi, i bresciani di ogni quartiere, a sostenere l'economia del tifo. E mentre noi spendiamo i nostri soldi risparmiati con fatica per vedere un match, chi sta in alto decide le strategie, cambia gli allenatori, sposta i giocatori come se fossero pedine di un gioco, senza mai chiederci se questo modello di "grande città" sia quello che vogliamo davvero.

Non è normale che la nostra identità sia legata solo a un risultato sportivo. Certo, vincere a Venezia è un'impresa, è un orgoglio. Ma è un orgoglio che dura fino al fischio finale. Poi torniamo a casa e ci accorgiamo che, mentre la squadra "consolida il proprio status tra le grandi", noi restiamo qui, a sperare che qualcuno decida di investire nella città con la stessa convinzione con cui si compra un nuovo playmaker.

Ancora noi, i tifosi, a fare da scudo e da motore, mentre chi decide sta seduto in un ufficio climatizzato a guardare le statistiche di Burnell. La vittoria è di tutti, ma il potere di decidere cosa significa "essere grandi" resta sempre nelle mani di pochissimi.

E allora?

Siamo contenti della vittoria? Certo che sì, diamoci pure una pacca sulla spalla perché i nostri hanno avuto le palle di rimontare. Ma ora che l'euforia è passata, proviamo a chiederci: vogliamo essere una città che è "grande" solo perché vince una partita di basket, o vogliamo essere una città dove vivere è facile quanto segnare un canestro quando Burnell è in giornata?

Eppure basterebbe smettere di accontentarsi di un risultato sportivo per sentirsi cittadini di serie A. Non è troppo chiedere, no?