Il fatto
Donald Trump è tornato alla Casa Bianca dopo una campagna elettorale fatta di slogan aggressivi e promesse di dazi doganali massicci su quasi tutte le merci che arrivano negli Stati Uniti, comprese quelle europee.
La storia
Immagina la scena. Sei in un'officina a Curno o in un capannone a Castenedolo. Hai passato anni a costruire un prodotto che funziona, che è preciso, che è bresciano. Lo vendi in America perché lì apprezzano la nostra qualità. Tutto gira, le bollette si pagano, i dipendenti hanno lo stipendio in tasca. Poi, a migliaia di chilometri di distanza, un uomo che non ha mai visto un tornio in vita sua decide che per far entrare quel pezzo di ferro in America ci vuole una tassa extra del 10% o del 20%.
Cosa succede allora? Non è che Trump paga la tassa. Paga chi compra, o paga chi vende per restare competitivo. E qui arriviamo a noi. Mentre i talk show a Milano o Roma discutono se le sue frasi siano "folli" o "geniali", l'imprenditore della zona industriale inizia a fare i conti. Se il prodotto costa di più, l'americano compra da un altro, o l'imprenditore deve tagliare i costi per non fallire. E tagliare i costi, hai capito bene, significa quasi sempre toccare i turni, i bonus o, nel peggiore dei casi, mandare qualcuno a casa.
È la solita storia: qualcuno decide per noi in un ufficio climatizzato a Washington e noi qui, tra l'Adda e l'Oglio, dobbiamo capire come arrangiarci per non rimetterci la pelle. Non è una questione di simpatia per un politico, è una questione di portafoglio.
Chi paga, chi incassa
Allora, chi incassa in questa partita? Incassano i grandi numeri, chi specula sulle borse, chi ha i capitali così enormi da poter spostare i soldi da un continente all'altro con un click. Loro non temono i dazi, loro giocano con i dazi. Per loro è un gioco di scacchi, una strategia per spostare le produzioni o per schiacciare i concorrenti più piccoli. Loro decidono le regole, noi dobbiamo solo leggerle sul giornale il giorno dopo.
E chi paga? Ancora noi. Paga l'artigiano che ha investito tutto in un nuovo macchinario per esportare, paga l'operaio che vede il proprio futuro appeso a un tweet o a un'uscita improvvisa di un uomo che parla per slogan. Paga chi compra prodotti tecnologici o materie prime che passano per gli Stati Uniti e che, a causa di queste guerre commerciali, costeranno di più al consumatore finale. Sì, anche a te che vai al supermercato o che devi cambiare la caldaia.
Non è normale che il destino di una piccola azienda di Brescia dipenda dall'umore di un miliardario americano che ha deciso di fare la guerra al mondo per proteggere i suoi interessi. Eppure è esattamente quello che sta succedendo. Qualcuno ha già deciso per noi che il commercio globale deve diventare una rissa da bar, dove vince chi urla più forte o chi ha il bastone più grosso.
Ci dicono che è "geopolitica". Te lo spiego io cos'è la geopolitica: è quando i grandi si prendono a schiaffi e noi siamo quelli che devono pulire il pavimento e pagare i danni. Ci tocca accettare che il mercato, che ci avevano venduto come questa cosa magica e libera, in realtà è un elastico che qualcuno può tendere fino a farlo spezzare, proprio sopra le nostre teste.
Mentre i giornalisti analizzano le "10 frasi più folli", noi dovremmo chiederci perché siamo così fragili. Perché se un uomo a Washington decide di alzare un muro di tasse, qui in provincia di Brescia tremano i capannoni. Chi ha costruito questo sistema dove siamo tutti ostaggi di un singolo individuo? Chi ha deciso che l'economia di un territorio così produttivo debba essere così esposta a ogni capriccio estero?
Il conflitto non è tra Trump e il resto del mondo. Il conflitto è tra chi decide senza chiedere e chi subisce senza poter dire niente. Chi incassa è chi sta al piano di sopra, chi paga è chi sta in officina, in negozio o in ufficio a sperare che domani non arrivi una notizia che gli rovini il mese.
E allora?
Possiamo continuare a ridere delle sue uscite strampalate o a scandalizzarci per come parla, ma a un certo punto dobbiamo smetterla di fare i telespettatori. La domanda è semplice: fino a quando accetteremo di essere solo la "manodopera" di un sistema dove le decisioni vitali per il nostro lavoro vengono prese da persone che non sanno nemmeno dove sia Brescia sulla mappa?
Ci staremo ancora a guardare mentre decidono il nostro futuro in un'altra lingua?