Il fatto
Il costo del gasolio agricolo nel bresciano è schizzato verso l'alto, in alcuni casi raddoppiando rispetto a prima. Il carburante pesa per circa il 15-20% sui costi totali di produzione di un'azienda agricola, e ora questo peso sta diventando insostenibile.
La storia
Provate a immaginare la scena. C'è un agricoltore, magari verso la Val Camonica o nelle nostre pianure, che si sveglia all'alba. Deve far partire il trattore per lavorare i campi, deve gestire le serre, deve trasportare i prodotti. Solo che, quando guarda il display della pompa, vede cifre che non hanno più senso. Non è normale che per fare il proprio lavoro, per dare da mangiare a tutti noi, un uomo debba chiedersi se a fine mese riuscirà a coprire le spese.
Te lo spiego io: non stiamo parlando di qualcuno che vuole cambiare l'auto di lusso, ma di chi usa il gasolio come strumento di lavoro. Se il trattore non parte perché il pieno costa troppo, il campo non viene lavorato. Se il campo non viene lavorato, il prodotto non arriva al mercato. E indovinate chi si ritroverà con il carrello vuoto o con i prezzi che salgono ancora di più al supermercato? Ancora noi.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. Qualcuno, chissà dove, decide i prezzi del petrolio in base a tensioni in Medio Oriente, a guerre e a giochi di potere che a noi, tra Brescia e le sue montagne, sembrano lontanissimi. Eppure, ci tocca pagare il conto di queste decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Il conflitto è chiaro: da una parte ci sono i mercati che speculano sul prezzo del barile, dall'altra c'è l'agricoltore bresciano che si ritrova con i margini di guadagno ridotti a zero.
Ma c'è di più. Avete sentito parlare del taglio delle accise? Ecco, hai capito bene: per chi coltiva la terra, quella misura non serve a nulla. Perché il gasolio agricolo ha già un regime fiscale agevolato, quindi i tagli generali non toccano chi usa il carburante per lavorare i campi. In pratica, mentre a noi cittadini dicono "guardate che vi abbiamo abbassato la benzina", chi produce il nostro cibo resta esposto a tutti i rincari, senza alcun paracadute.
E non è solo il gasolio. Aggiungeteci l'aumento dei fertilizzanti e dei costi dell'energia. È una morsa che si stringe. L'agricoltore incassa prezzi di vendita che spesso non coprono nemmeno i costi di produzione, mentre i costi di gestione continuano a salire. Chi incassa? Chi controlla le materie prime e chi specula sulle crisi internazionali. Chi paga? Chi lavora la terra e, a cascata, chi compra l'insalata o il latte.
Eppure basterebbe un sistema che proteggesse davvero chi produce, invece di dare briciole che non arrivano a destinazione. Il credito d'imposta ne parla, ma è un intervento che arriva quando il danno è già fatto, quando l'azienda è già in apnea. Non è una soluzione, è un cerotto su una ferita aperta.
E allora?
Possiamo stare a guardare mentre le nostre aziende agricole rischiano di chiudere perché non possono più permettersi di accendere i motori? Se permettiamo che l'agricoltura del territorio diventi insostenibile, non perderemo solo dei posti di lavoro, ma la nostra stessa indipendenza alimentare.
Vogliamo davvero arrivare al punto di dipendere totalmente da chi decide i prezzi dall'altra parte del mondo, mentre i nostri campi restano incolti perché il gasolio costa troppo?