Il fatto

A Torri del Benaco hanno presentato la Guida Slow Food 2026. Tra i premiati c'è Giulia Zampiccoli dell'azienda Laghel 7 di Arco, premiata come giovane innovatrice. Nel frattempo, i numeri del Trentino fanno paura: si è passati da 2.845 quintali di olive a soli 793. Un crollo verticale della produzione.

La storia

Immaginate la scena. Da una parte c'è il salotto buono, quello delle guide patinate, dei cocktail e delle "menzioni speciali". Si parla di biodiversità, di futuro dell'olivicoltura e di esperienze didattiche. È tutto molto bello, molto pulito, molto "slow". Sembra quasi che basti volerlo, studiare Agraria e avere un "angolo di paradiso" per risolvere tutto.

Poi però esci dal salotto e vai a fare un giro tra gli uliveti, quelli veri, dove la terra non è un concetto astratto ma qualcosa che ti resta sotto le unghie e che, ultimamente, non ti dà più niente. Lì trovi il produttore che guarda l'albero e non vede olive, ma vede la mosca che ha mangiato tutto e un clima che è diventato matto. Lì non ci sono menzioni speciali, c'è solo il conto in banca che scende.

È la solita storia che conosciamo bene qui da noi: qualcuno che vince un premio e che viene usato come esempio per dire "vedete, si può fare!". Certo che si può fare, se hai la fortuna di avere un progetto che regge, ma non è normale che mentre si stappa lo spumante per una guida, l'intera filiera stia andando a gambe all'aria.

Chi paga, chi incassa

Te lo spiego io come funziona questo giro. Da una parte abbiamo le guide, i recensori, quelli che decidono chi è "buono" e chi è "eccellente". Loro incassano visibilità, prestigio e, in molti casi, vendono i loro libri e le loro consulenze. Creano un club esclusivo dove entrare è un onore. Hai capito bene: è un club.

Dall'altra parte ci sono i produttori. Quelli che non finiscono nelle guide perché quest'anno non hanno nemmeno avuto abbastanza olive per riempire un bidone. Loro pagano. Pagano il prezzo di un clima instabile, pagano i costi dei trattamenti contro la mosca, pagano l'incertezza di non sapere se l'anno prossimo ci sarà qualcosa da raccogliere o se dovranno chiudere bottega.

Qualcuno ha già deciso per noi che la soluzione sia "l'innovazione" e la "didattica". Certo, portare i bambini in fattoria è carino, ma non riempie i silos di olio. Ci tocca sempre la stessa musica: ci vendono l'idea che basti essere "resilienti" o "sostenibili" per sopravvivere. Ma la sostenibilità non è un aggettivo da mettere su un'etichetta per vendere l'olio a dieci euro in più al litro; la sostenibilità è poter pagare le bollette a fine mese.

Eppure basterebbe smetterla di guardare solo alla punta della piramide. È facile premiare il "giovane innovatore" quando il resto del settore sta morendo per mancanza di materia prima. È comodo fare fotografie della biodiversità mentre i produttori storici, quelli che non hanno un profilo Instagram curato o un titolo di studio in Agraria, spariscono nel silenzio perché non hanno più nulla da presentare alla guida.

Chi decide queste menzioni speciali probabilmente non ha mai provato l'angoscia di vedere un raccolto ridotto a un terzo rispetto all'anno precedente. Per loro è un dato statistico, per chi lavora la terra è un disastro economico. Ancora noi, i piccoli, a fare da laboratorio per le teorie di chi sta seduto in un ufficio a decidere cosa è "di qualità".

Il conflitto è semplice: da un lato c'è l'estetica del cibo, l'olio come oggetto di lusso e di studio; dall'altro c'è l'olio come lavoro, come fatica, come rischio. E mentre l'estetica vince i premi, il lavoro affoga nella mosca dell'olivo e nell'indifferenza di chi pensa che basti una "menzione speciale" per salvare un territorio.

E allora?

Possiamo continuare a congratularci con i singoli vincitori, che bravi che sono, ma a che serve un premio se l'olivicoltura del territorio sta scomparendo? Vogliamo davvero un'agricoltura fatta di "angoli di paradiso" per pochi eletti o vogliamo che chi lavora la terra possa farlo senza rischiare il fallimento ogni volta che cambia il vento?