Il fatto
L'assessore regionale Fermi ha messo in calendario un tour di dieci tappe tra le imprese lombarde. L'obiettivo ufficiale è visitare le aziende che hanno vinto i bandi regionali per la ricerca e l'innovazione, come quelle che studiano il Parkinson a Rho o chi produce reti contro la plastica a Biassono.
La storia
Immaginate la scena. Siamo a Brescia, in una di quelle zone dove le officine sono una dopo l'altra, dove l'odore di olio bruciato e metallo è l'aria che respiriamo da generazioni. Lì c'è il signor Mario, che ha un'azienda di famiglia, dieci dipendenti che sono come figli e un capannone che ha visto tempi migliori. Mario vorrebbe cambiare un macchinario, vorrebbe che i suoi ragazzi imparassero a usare un software nuovo per non farsi mangiare dalla concorrenza, ma ogni volta che prova a leggere un bando regionale gli sembra di dover studiare per una laurea in legge.
Mentre Mario combatte con la burocrazia, tra un ordine che arriva e una bolletta che sale, l'assessore sale in auto per il suo "viaggio nel cuore della Lombardia". Va a trovare chi ce l'ha fatta, chi ha avuto i consulenti giusti per scrivere la domanda perfetta, chi ha saputo "valorizzare le opportunità". In pratica, va a fare le foto con chi ha già vinto, mentre chi resta indietro non sa nemmeno da dove iniziare a leggere quel PDF di cinquanta pagine scritto in un linguaggio che non parla nessuno.
È la solita storia: si celebrano le "eccellenze", ma l'eccellenza spesso è solo chi ha avuto la fortuna o i mezzi per navigare nel labirinto dei fondi pubblici. Te lo spiego io come funziona: se hai già i soldi per pagarti chi ti scrive il progetto, ottieni i soldi della Regione. Se sei un piccolo imprenditore che lavora dodici ore al giorno, i soldi restano lì, chiusi in un ufficio a Milano.
Chi paga, chi incassa
Partiamo dalla base: i soldi di questi bandi non piovono dal cielo. Sono soldi pubblici, ovvero i nostri soldi, le tasse che paghiamo ogni volta che compriamo un chilo di pane o paghiamo l'IMU. Hai capito bene: sono soldi che escono dalle tasche di tutti per andare a finanziare progetti che, sulla carta, sono fantastici. Certo, studiare il Parkinson o pulire gli yacht con i droni è l'innovazione, ma chi decide quali progetti sono "meritevoli"?
Il conflitto è tutto qui. Da una parte abbiamo l'amministrazione che organizza tour fotografici per dire "guarda quanto siamo innovativi", dall'altra abbiamo un tessuto produttivo fatto di migliaia di piccole realtà che non vedranno mai un centesimo di questi fondi. Qualcuno ha già deciso per noi che l'innovazione sia solo quella dei grandi progetti o di chi sa giocare a scacchi con la burocrazia regionale.
E poi, guardiamo bene la lista delle tappe. Passiamo dai neuroni per il Parkinson ai droni per pulire gli yacht. Non è normale che, nello stesso pacchetto di "innovazione", ci sia la ricerca medica salvavita e lo strumento per tenere pulito il giocattolo di un miliardario. Chi ha stabilito che la pulizia di uno yacht sia un'eccellenza che merita l'uso di fondi pubblici mentre, magari, un'officina di provincia non riesce a ottenere un contributo per mettere a norma l'impianto elettrico?
In questo gioco, chi incassa è chi ha le connessioni, chi conosce i tempi, chi sa come presentarsi. Chi paga siamo noi, che accettiamo l'idea che l'innovazione sia un club esclusivo per pochi eletti. Ancora noi a finanziare il successo di chi è già in cima, mentre ci dicono che questo "motore di sviluppo" porterà benefici a tutti. Ma quale beneficio arriva in bottega al signor Mario?
Eppure basterebbe semplificare. Basterebbe che l'assessore, invece di fare il tour delle vetrine, andasse a fare un giro nei capannoni di chi non ha vinto i bandi. Andasse a chiedere: "Perché non ci siete arrivati? Cosa vi ha bloccato?". Ma è molto più facile fare un viaggio tra le eccellenze e scattare foto sorridenti davanti a un drone subacqueo.
Il risultato è che creiamo un'innovazione "di facciata", una lista di progetti scintillanti che stanno bene in un comunicato stampa, ma che non cambiano la vita a chi produce davvero il valore di questo territorio. Ci vendono l'idea di una Lombardia all'avanguardia, ma è un'avanguardia che viaggia in auto blu, lontano dalla polvere e dalla fatica di chi l'impresa la fa ogni giorno senza l'aiuto di nessun bando.
E allora?
L'assessore Fermi continuerà il suo viaggio, vedrà i modelli 3D dei piedi e le luganeghe surgelate a cubetti, e tornerà a Milano soddisfatto di aver visto il "cuore produttivo". Ma noi dobbiamo chiederci: questo cuore batte per tutti o solo per chi ha il permesso di entrare nel club?
Quando i soldi sono pubblici, l'innovazione non può essere un premio per chi è già bravo a chiedere, ma deve essere un ponte per chi rischia di restare indietro. O preferiamo continuare a pagare per pulire gli yacht dei ricchi mentre le nostre piccole imprese muoiono di burocrazia?