Il fatto
L'Università Cattolica ha lanciato il suo Piano Strategico 2026-2028. Per arrivarci hanno fatto 34 workshop, survey online con oltre 1.700 persone e una "call for ideas" con 54 proposte. Obiettivo: creare una "scuola di integrazione dei saperi" e puntare sul lifelong learning con piattaforme digitali internazionali.
La storia
Immaginate la scena. Un ragazzo di Brescia, magari di zona Via Porto Vecchio o che arriva ogni mattina con l'autobus da un paese della provincia, entra in aula. Ha i libri pesanti nello zaino, ha passato la notte a studiare e ha l'ansia per l'esame di domani. Intanto, nei palazzi del potere dell'ateneo, si parla di "vision", di "peer mentorship" e di "service learning". Parole che suonano bene nei comunicati stampa, ma che al ragazzo che deve capire come pagare l'affitto in un centro città diventato carissimo non dicono nulla.
Te lo spiego io: quando senti parlare di "processo condiviso" e "metodo partecipativo" in un contesto così grande, di solito significa che hanno fatto qualche questionario online per far sentire tutti coinvolti, ma le decisioni vere, quelle che contano sui soldi e sulle strutture, sono state prese in tre uffici chiusi. Hai capito bene. Mentre loro "scrivono il futuro", chi studia oggi si scontra con il presente: aule affollate, parcheggi che non esistono e costi della vita che esplodono.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che il futuro dell'istruzione passi per le "piattaforme digitali internazionali". Ma fermiamoci un attimo: chi sono queste piattaforme? Chi incassa i diritti di accesso? Chi gestisce i dati di migliaia di studenti? Spesso sono colossi stranieri che non hanno mai visto Brescia, ma che diventano i partner indispensabili per fare "innovazione".
Poi c'è la storia della "ricerca". Dicono di voler valorizzare i ricercatori. Bello, no? Eppure, se guardi come funziona davvero, molti di questi ricercatori vivono in un limbo di precariato che farebbe paura a chiunque. Si parla di "research university" per attrarre fondi e prestigio, ma ci tocca chiederci se questo prestigio arrivi a chi effettivamente produce il sapere o se serva solo a gonfiare il curriculum dell'istituzione.
E poi c'è il concetto di "non profit". Non è normale che in un'istituzione non profit si usi un linguaggio che sembra uscito da un manuale di management di una multinazionale di Singapore. Quando si parla di "integrazione dei saperi" e "interdisciplinarità", spesso si nasconde il fatto che si tagliano i fondi a certe materie "meno produttive" per spostarli dove c'è più ritorno d'immagine o di budget.
Ancora noi, gli studenti e le loro famiglie, a dover sostenere il costo di questa "evoluzione". Perché ogni nuova "linea progettuale", ogni nuovo software internazionale e ogni nuova scuola di integrazione ha un costo. E sapete chi paga? Non sono i workshop, non sono le survey. Sono le rette, sono i servizi che costano sempre di più, è la qualità della vita quotidiana che viene sacrificata sull'altare della "vision" strategica.
Eppure basterebbe meno. Basterebbe meno marketing e più concretezza. Meno termini inglesi e più investimenti in borse di studio reali, in alloggi per studenti che non costino come un attico in centro e in contratti dignitosi per chi insegna e ricerca. Invece preferiscono presentarci un piano "originale e distintivo" che sembra scritto da un'agenzia di comunicazione per piacere ai grandi investitori.
E allora?
Siamo sicuri che questo "futuro" sia scritto per gli studenti o sia scritto per rendere l'ateneo più competitivo in una classifica globale che a noi, bresciani, non serve a nulla? Chi sta davvero scrivendo il futuro: i professori e gli studenti, o i consulenti di strategia?