Il fatto

Il giornale locale ha pubblicato "La Sosta – Note in viaggio", un insieme di riflessioni e appunti su spostamenti e pause. Si parla di percorsi, di osservazione del paesaggio e di quel tempo che si ferma quando decidiamo di staccare dal ritmo della corsa quotidiana.

La storia

Te lo spiego io come funziona per noi. Per chi vive Brescia, "fare una sosta" non è quasi mai una scelta poetica o un momento di meditazione. La sosta per noi è il semaforo bloccato in via Lombardia mentre sei in ritardo per andare a prendere i figli a scuola, o è l'attesa infinita di un autobus che, sulla carta, dovrebbe passare ogni dieci minuti ma che nella realtà appare solo quando hai già iniziato a considerare di andare a piedi sotto la pioggia.

Immaginate il bresciano medio: uno che lavora sodo, che ha i calli sulle mani o gli occhi stanchi per lo schermo, e che nel suo "viaggio" quotidiano tra casa e ufficio o tra casa e officina trova solo ostacoli. Quando leggiamo di "note in viaggio", ci sembra di parlare di un altro pianeta. Per noi il viaggio è una battaglia contro il traffico della tangenziale, è lo stress di trovare parcheggio in centro senza che ti arrivi una multa in posta dopo due giorni. Non è normale che il concetto di "sosta" sia diventato un lusso per pochi, un esercizio di stile per chi ha il tempo di guardare il panorama.

Eppure basterebbe guardarsi intorno per capire che la sosta, quella vera, quella che rigenera, non esiste più per chi produce la ricchezza di questa città. Siamo diventati appendici di un motore che non si spegne mai, dove anche il tempo libero è programmato, ottimizzato e, spesso, venduto a qualcuno. La sosta è diventata un'interruzione fastidiosa della produttività, non un momento di vita.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Chi ha deciso che il nostro tempo non vale nulla? Chi ha stabilito che per noi "viaggiare" significhi solo spostarsi da un punto A a un punto B nel modo più rapido e stressante possibile, mentre altri possono permettersi di scrivere "note" e riflessioni sulla bellezza del cammino? Qualcuno ha già deciso per noi che la nostra funzione è quella di muoverci, produrre e consumare, senza mai fermarci a chiederci perché.

Chi incassa in questa situazione? Incassa chi gestisce i nostri spostamenti, chi specula sui parcheggi, chi organizza trasporti che funzionano a metà ma costano come se fossero svizzeri. Incassa chi ci vende l'idea di una "vacanza" o di una "sosta" come un prodotto confezionato, un pacchetto turistico dove tutto è deciso in anticipo. Ci vendono il relax in pillole, a patto che paghiamo il prezzo di un weekend in un resort che non ha nulla a che fare con la nostra terra.

E chi paga? Ancora noi. Paghiamo con la salute, con i nervi a pezzi, con il tempo sottratto alla famiglia. Paghiamo ogni volta che ci rendiamo conto che non abbiamo più la capacità di stare fermi senza sentirci in colpa. Ci hanno convinti che se non corriamo siamo indietro, che se ci fermiamo a guardare il paesaggio stiamo perdendo soldi o opportunità. Ci tocca accettare questo ritmo frenetico perché ci hanno fatto credere che sia l'unico modo per sopravvivere.

Non è un caso che le "note di viaggio" diventino letteratura. Se fermarsi fosse un diritto naturale e accessibile a tutti, non sarebbe un evento degno di nota, sarebbe semplicemente vita. Invece, oggi, l'atto di fermarsi è diventato un atto di resistenza. Ma è una resistenza che possiamo permetterci solo se abbiamo i soldi per pagare il biglietto o il tempo che non ci viene tolto da un contratto di lavoro che ci strizza come limoni.

Guardate le nostre strade, guardate le facce della gente che aspetta in stazione. Non c'è poesia in quella sosta lì. C'è stanchezza. C'è l'attesa di qualcosa che non arriva mai o l'ansia di arrivare troppo tardi. Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi vede il viaggio come un'esperienza estetica, dall'altra c'è chi lo vive come una fatica necessaria. E tra i due mondi c'è un muro di soldi e di potere che decide chi può permettersi di sognare e chi deve limitarsi a pedalare.

E allora?

Quindi, dopo aver letto queste belle note di viaggio, chiediamoci: ma noi, quando è stata l'ultima volta che ci siamo fermati senza che fosse per colpa di un incidente stradale o di un guasto al treno? Quando è stata l'ultima volta che abbiamo deciso noi, e non un orario o un capo, che era ora di fare una sosta?

Non è forse ora di smettere di leggere i viaggi degli altri e iniziare a riprenderci il diritto di fermarci, anche solo per dieci minuti, senza dover chiedere il permesso a nessuno?