Il fatto

Dalle carte dell'Amministrazione Trasparente emerge che La Voce del Popolo e Radio Voce hanno incassato contributi diretti dalla Presidenza del Consiglio (Dipartimento per l'informazione e l'editoria) e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per l'anno 2023 e 2024. Si parla di fondi per l'editoria e contributi per la trasformazione dei contratti dei giornalisti.

La storia

Immaginate la scena. Sei al bar, magari in via Cavour o in una piazza di provincia, con il giornale in mano e il caffè che si raffredda. Leggi le notizie della tua città, i problemi del tuo quartiere, le strade che cadono a pezzi. Pensi: "Meno male che c'è qualcuno che scrive di queste cose, sennò saremmo tutti ciechi". Ti senti parte di una comunità che condivide informazioni, un servizio che serve a tutti, dal pensionato che vuole sapere quando passa l'autobus al giovane che cerca lavoro.

Poi però, se provi a scavare, scopri che dietro quella carta stampata o quella voce alla radio non c'è solo il lavoro di chi scrive, ma un flusso di soldi che arriva da Roma. Hai capito bene: i tuoi soldi, quelli che paghi in tasse ogni volta che compri un pacco di pasta o paghi l'IMU, tornano indietro sotto forma di "contributi" a chi gestisce l'informazione. Sembra un ciclo naturale, no? Lo Stato aiuta chi informa i cittadini. Peccato che il meccanismo sia molto meno trasparente di quanto vorrebbero farci credere.

Il bresciano medio non è scemo. Sa che quando qualcuno dice "contributo per la trasformazione dei contratti", in realtà sta parlando di burocrazia, di scartoffie e di soldi che servono a tappare buchi o a cambiare etichette a chi lavora. Non è che improvvisamente il giornalista scriva meglio perché è arrivato un bonifico dal Dipartimento per l'informazione e l'editoria. No, semplicemente qualcuno ha deciso che quei soldi dovevano andare lì.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Chi paga? La risposta è semplice: ancora noi. Paghiamo le tasse per finanziare servizi che dovrebbero essere indipendenti. Ma se un giornale o una radio locale dipendono dai bonifici della Presidenza del Consiglio o del Ministero delle Imprese, quanto sono davvero "liberi" di dirci le cose come stanno? Non è normale che l'informazione, che dovrebbe essere il cane da guardia del potere, venga nutrita proprio dal potere stesso.

Chi incassa? Le imprese editrici. Le società, i proprietari, chi sta in cima alla piramide. Te lo spiego io: quando arriva un contributo per la "trasformazione dei contratti", i soldi non finiscono magicamente nelle tasche di chi sta in strada a intervistare la gente o di chi passa le notti a montare i servizi radiofonici. Quei soldi servono a far quadrare i bilanci di chi gestisce l'azienda, a pagare i costi fissi, a mantenere una struttura che magari non saprebbe più stare in piedi senza l'aiuto dello Stato.

Il conflitto è tutto qui. Da una parte c'è il cittadino che vorrebbe un'informazione onesta, cattiva quando deve esserlo, che non abbia paura di dare fastidio a chi comanda. Dall'altra c'è un sistema di sussidi che crea un legame ombelicale tra chi scrive e chi firma l'assegno. Qualcuno ha già deciso per noi che questo è il modo migliore per salvare l'editoria, ma a che prezzo? Se ricevi i soldi da Roma, hai davvero voglia di scrivere che Roma sta sbagliando tutto?

E poi c'è la questione della "trasparenza". Ci mettono i dati in una sezione del sito chiamata "Amministrazione Trasparente", scritta in un linguaggio che capirebbe solo un notaio dopo tre caffè. D.Lgs 15 maggio 2017, DPCM 10/08/2023... ci tocca fare i detective per capire quanti soldi passano e dove vanno a finire. Se fosse davvero trasparente, ci direbbero chiaramente: "Abbiamo preso tot euro per fare questo, e così vi è tornato in termini di servizi". Invece ci danno dei codici di riferimento, come se fossimo in un ufficio postale degli anni '70.

Il risultato è che l'informazione locale diventa un settore "assistito". Invece di lottare per trovare nuovi modi di stare sul mercato, di ascoltare davvero cosa vuole la gente di Brescia e provincia, ci si appoggia al fondo straordinario. È come se un vicino di casa, invece di trovarsi un lavoro, aspettasse che il comune gli paghi l'affitto perché "fa un servizio sociale" stando seduto in veranda a commentare la vita degli altri.

E allora?

Eppure basterebbe chiedere: questi soldi servono a migliorare la qualità di ciò che leggiamo o sono solo un modo per tenere in vita dei modelli di business che non funzionano più? Siamo sicuri che questi contributi servano a noi cittadini, o servono solo a chi possiede il giornale?

La prossima volta che leggete una notizia che vi sembra troppo "comoda" o troppo allineata, ricordatevi di fare un salto nella sezione Amministrazione Trasparente. Magari non capirete i codici dei decreti, ma capirete benissimo chi sta pagando il conto.