Il fatto
Nel bresciano il softair è diventato un'industria del tempo libero: associazioni organizzate, campi di battaglia in strutture abbandonate e migliaia di appassionati che usano repliche di armi che sparano pallini biodegradabili. Un gioco di squadra che dura da trent'anni, con regole ferree e costi d'ingresso pesanti.
La storia
Immagina la scena: è sabato mattina, sei in un bosco della provincia o in un capannone che puzza di muffa e cemento vecchio. Intorno a te ci sono persone che lavorano in banca, meccanici, impiegati comunali. Tutti vestiti come se dovessero sbarcare in Normandia o fare un raid in giungla, con mimetiche stirate e accessori che costano più di un televisore 4K. Hai capito bene: gente normale che decide di passare il weekend a strisciare nel fango e a dormire in tenda per simulare un conflitto.
Il rito è sempre lo stesso. Si studiano le cartine, si coordinano gli attacchi via radio, si discute di tattica come se stessero pianificando l'invasione di un altro continente, mentre in realtà sono a due passi da un centro commerciale o da un campo di mais. C'è chi si definisce "highlander", chi segue regolamenti militari millimetrici e chi, se bara e non ammette di essere stato colpito da un pallino, viene cacciato via dal gruppo. Una disciplina quasi religiosa applicata a un gioco.
Per molti è una valvola di sfogo, un modo per staccare dalla routine di un lavoro che ti consuma o dalla noia di una vita piatta. Ma se ci pensi, è curioso: per sentirsi vivi e "avventurosi" nel nostro territorio, dobbiamo fingere di essere in guerra. Non è normale che l'unico modo per fare squadra e provare adrenalina sia imitare un conflitto, no?
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto che scotta. Perché, come sempre, dietro ogni "passione" c'è qualcuno che ci guadagna e qualcuno che svuota il portafoglio. Te lo spiego io: il softair non è solo "quattro amici nel bosco". È un mercato. C'è chi vende le repliche, chi vende l'equipaggiamento tattico, chi affitta i terreni e chi organizza gli eventi a pagamento.
Il costo per iniziare non è proprio per tutti. Tra fucile, accessori, mimetica, scarponi e quote associative, ci tocca spendere centinaia, se non migliaia di euro. E mentre l'appassionato spende i suoi risparmi per avere l'ultimo modello di replica "realistica", chi gestisce i campi di battaglia incassa le quote di iscrizione e l'affitto delle strutture. Spesso si tratta di vecchi capannoni o terreni che resterebbero vuoti e degradati, trasformati in "campi di battaglia" dove il profitto nasce dalla nostalgia di una guerra che, per fortuna, non stiamo combattendo davvero.
Poi c'è la questione del territorio. Qualcuno ha già deciso per noi che certi spazi abbandonati debbano diventare arene per simulazioni belliche invece di essere recuperati per scopi sociali, parchi pubblici o aree verdi accessibili a tutti. Certo, meglio un campo di softair che un covo di spaccio, ma è davvero l'unica alternativa? Perché l'unico modo per rendere "appetibile" un rudere è trasformarlo in un campo di addestramento per civili con l'hobby del soldato?
E non dimentichiamo l'impatto. Si parla di "pallini biodegradabili", e va bene, ma l'impatto reale è l'occupazione di spazi che potrebbero avere un'altra funzione. Ancora noi che vediamo il nostro paesaggio frammentato in zone "off-limits" perché lì dentro c'è un evento di simulazione tattica. Il conflitto qui non è tra le squadre che si sparano, ma tra l'uso privato e lucrativo di spazi che appartengono, di fatto, alla memoria e al territorio di tutti.
In breve: l'appassionato paga per sentirsi un eroe per un weekend; il fornitore incassa vendendo plastica e nylon; il proprietario del terreno monetizza il degrado. Un giro perfetto dove l'unico che non guadagna nulla è il cittadino che passa davanti a quel capannone e vede solo un recinto con un cartello "proprietà privata - divieto di accesso".
E allora?
È bello giocare, è bello fare squadra, ma non è che stiamo diventando così alienati dalla nostra realtà che l'unico modo per divertirci è simulare la violenza in un bosco di provincia? Eppure basterebbe investire in spazi di aggregazione che non richiedano di vestirsi da militari per sentirsi parte di qualcosa.
Ma a voi che ne sembra? Preferite continuare a pagare per giocare a fare i soldati o preferireste che quei posti diventassero qualcosa di utile per tutti, senza dover comprare un fucile di plastica per entrarci?