Il fatto
Regione Lombardia ha messo sul piatto 7 milioni di euro per rilanciare le botteghe storiche, ovvero quei negozi e locali che resistono da oltre 40 anni. I fondi servono per ammodernare i locali e digitalizzare le attività.
La storia
Immaginate il vostro panettiere di fiducia, quello che vi conosce per nome da quando eravate bambini, o quel ferramenta in centro che ha ancora i cassetti di legno e sa esattamente quale vite serve per aggiustare la sedia della nonna. Gente che si è svegliata ogni mattina alle cinque per quarant'anni, che ha visto passare generazioni di bresciani e che ha tenuto in vita i nostri quartieri mentre tutto intorno diventava un centro commerciale senz'anima.
Oggi, però, se entri in una di queste botteghe, trovi spesso un proprietario stanco, un computer che sembra un reperto archeologico e una vetrina che ha visto giorni migliori. Non è che non vogliano cambiare, è che non ne hanno le forze o i soldi per farlo mentre combattono contro i giganti dell'e-commerce e gli affitti che salgono.
Poi arriva questo bando. Sette milioni. Sembrano tanti, eh? Ma te lo spiego io come funziona: arrivano le scartoffie, arrivano i requisiti tecnici, arrivano i consulenti che ti chiedono i soldi solo per compilare il modulo. E mentre il commerciante cerca di capire cosa sia un "piano di digitalizzazione", il tempo passa e il negozio continua a perdere clienti.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che il modo per salvare la tradizione sia "digitalizzarla". Ma chi l'ha chiesto a chi vende scarpe fatte a mano o a chi ripara orologi da mezzo secolo? Non è normale che per ricevere un aiuto lo Stato ti chieda di diventare un esperto di marketing digitale o di avere un sito web che sembra quello di una multinazionale.
Allora, chi incassa davvero questi 7 milioni? Non sarà mica il piccolo bottegaio che non ha tempo di stare al computer perché deve servire i clienti. Ci tocca ammettere che una fetta consistente di questi soldi finirà nelle tasche di consulenti, agenzie di comunicazione e professionisti che sanno come scrivere i bandi per farli vincere. Loro sanno quali parole usare, quali caselle spuntare e come rendere "appetibile" un progetto sulla carta.
Il commerciante, invece, resta lì. Magari vince il bando, ma deve anticipare le spese, deve fare i debiti in banca per pagare i lavori e poi aspettare mesi, o anni, che la Regione gli ridia i soldi. Hai capito bene: per ricevere un aiuto pubblico, spesso devi prima avere i soldi per permetterti quell'aiuto. È un paradosso che fa ridere, se non fosse che stiamo parlando della sopravvivenza di pezzi di storia della nostra città.
Eppure basterebbe qualcosa di più semplice. Invece di creare labirinti burocratici che premiano chi sa scrivere meglio le domande, perché non si pensa a sgravi diretti sulle tasse locali? Perché non si interviene sugli affitti dei locali storici, che sono diventati insostenibili per chi non è una catena internazionale? Invece no, preferiscono il "bando", perché il bando è pulito, è tracciato e permette di dire: "Abbiamo investito milioni".
Ma i milioni non sono il successo. Il successo sarebbe vedere il negozio di via Roma ancora aperto tra dieci anni, non vedere un tablet nuovo appoggiato su un bancone di legno marcio mentre il proprietario chiude per mancanza di ricambio generazionale.
Ancora noi, a rincorrere incentivi che sembrano fatti apposta per essere irraggiungibili. Chi decide queste cose probabilmente non ha mai messo piede in una bottega di quartiere alle sette di mattina, ma lo fa da un ufficio climatizzato a Milano, pensando che basti un "voucher digitalizzazione" per salvare l'identità di un popolo.
E allora?
Sette milioni sono un inizio, ma sono una goccia nel mare se il metodo resta questo. Vogliamo davvero salvare le nostre botteghe o vogliamo solo che abbiano un profilo Instagram curato mentre vanno in fallimento?
La domanda è una sola: questi soldi servono a salvare chi lavora o a pagare chi scrive i progetti?