Il fatto
Martedì 14 aprile, via San Martino a Manerbio. Una rissa tra giovani, bottiglie rotte e feriti. Tre persone denunciate per rissa e lesioni aggravate, due egiziani finiti in ospedale con prognosi di 7 e 15 giorni. Gli altri? Scappati prima che arrivassero i Carabinieri.
La storia
Immaginate la scena. Sono le prime ore del mattino, quell'ora in cui chi lavora in fabbrica o nei campi è già in piedi e chi ha passato la notte fuori pensa di essere invisibile. In via San Martino succede il finimondo: urla, spintoni e poi il rumore del vetro che si spacca. Hai capito bene: vetri di bottiglia usati come armi.
Il risultato è che tre ragazzi, nati tra il 2002 e il 2004, si ritrovano a fare i conti con la legge o con i punti in testa. Motivi futili, dicono le carte. Futili. Che parola comoda quando non si sa cosa spiegare, o quando la ragione è così stupida che non merita nemmeno di essere scritta in un verbale. Ma per chi abita lì, per chi ha sentito le urla dietro la finestra, non c'è nulla di futile nel sapere che sotto casa tua la gente si mena con le bottiglie.
Poi arrivano i Carabinieri di Verolanuova. Fanno il loro lavoro, identificano chi è rimasto, portano i feriti al pronto soccorso di Manerbio. Ma qui arriva il bello: gli altri partecipanti sono spariti nel nulla. Puff. Come se fossero evaporati nell'aria della bassa bresciana.
Chi paga, chi incassa
Ora, fermiamoci un attimo a ragionare, perché qui c'è il punto. Te lo spiego io cosa succede davvero. Quando scoppia una rissa in una strada come via San Martino, chi è che paga il conto? Non sono i ragazzi che si sono menati, e non sono certo quelli che sono scappati.
Paga chi vive in quel quartiere. Paga chi, da domani, avrà più paura di uscire a fare una passeggiata o di lasciare che i propri figli giochino per strada. Paga la percezione di sicurezza di un intero paese. Ancora noi. Sempre noi che ci troviamo a gestire il degrado mentre chi decide come organizzare i centri urbani guarda altrove.
E poi c'è la questione delle telecamere. I Carabinieri dicono che non c'erano testimoni e che non c'era videosorveglianza privata. Hanno dovuto aspettare le immagini del comune per provare a capire chi fosse chi. Non è normale. In un'epoca dove ogni angolo di strada dovrebbe essere monitorato per la nostra sicurezza, ci ritroviamo a dipendere da un paio di lenti pubbliche che magari inquadrano a metà o hanno l'immagine sgranata.
Chi incassa in questa storia? Incassa chi gestisce l'emergenza invece della prevenzione. È molto più facile mandare una pattuglia dopo che il sangue è già per terra che creare spazi, centri di aggregazione o servizi che evitino che dei ventenni si scannino per "motivi futili" in mezzo alla strada. Qualcuno ha già deciso per noi che la soluzione è l'intervento repressivo a fatto compiuto, invece di chiederci perché i giovani di Manerbio non abbiano altro da fare che litigare in via San Martino alle prime luci dell'alba.
Ci dicono che i ragazzi sono "regolari sul territorio". Certo, i documenti sono in regola. Ma la regolarità non è integrazione, e non è soprattutto civiltà. La civiltà è non usare una bottiglia per dare una lezione a un altro. Il fatto che siano di nazionalità diverse è un dettaglio che i giornali sottolineano, ma il problema è più profondo: è l'assenza di un senso di comunità. Se fossimo stati vicini di casa che si rispettano, qualcuno sarebbe uscito a dire "basta", qualcuno avrebbe fermato la lite prima che diventasse una rissa.
Invece siamo tutti chiusi in casa, a guardare attraverso le tapparelle, aspettando che arrivi il 112. Ci tocca vivere così, in una sorta di sospensione, dove la sicurezza è un'immagine sgranata di una telecamera comunale e la pace dura fino alla prossima bottiglia che si rompe.
E allora?
Quindi, dopo che i referti medici saranno archiviati e i denunciati avranno fatto il loro giro in tribunale, cosa resta a Manerbio? Resta una strada che sa di paura e la consapevolezza che, se non cambiamo modo di vivere i nostri spazi, l'unica cosa che funzionerà davvero saranno le telecamere che registrano la nostra sconfitta.
Eppure basterebbe iniziare a chiederci perché i nostri ragazzi, qualunque sia la loro origine, sentano che l'unico modo per risolvere un diverbio sia quello di spaccarsi la testa in mezzo alla via. O preferiamo continuare a chiamare "futili" i segni di un malessere che invece è pesantissimo?