Il fatto

La Guardia Costiera di Salò ha lanciato l'allarme: vicino a Sirmione sono state individuate delle "reti fantasma". Si tratta di attrezzature da pesca abbandonate o perse che continuano a pescare da sole, intrappolando pesci e mettendo a rischio la navigazione.

La storia

Immaginate la scena. Siete lì, vi godete il lago, magari con un gommone o una piccola barca per portare i bambini a fare un giro. Tutto tranquillo, il sole che picchia, l'acqua che sembra specchiarsi. Poi, all'improvviso, un colpo secco. Senti che qualcosa tira, che il motore fatica, che c'è un attrito che non dovrebbe esserci. Hai capito bene: sei finito in una trappola invisibile.

Non è un film di suspense, è quello che succede oggi nelle acque vicino a Sirmione. Queste reti non sono "sparite" per magia; qualcuno le ha lasciate lì, o le ha perse e ha preferito fare finta di nulla piuttosto che spendere due soldi e un po' di tempo per recuperarle. Ora quelle reti galleggiano come mine vaganti, aspettando solo che passi qualcuno per aggrapparsi allo scafo o, peggio, per strangolare un pesce che non ha colpa di niente.

È la solita storia di chi pensa che il lago sia un cestino della spazzatura infinito. Ci siamo abituati a vedere i rifiuti sulle sponde, ma quando la sporcizia diventa un pericolo invisibile sotto la superficie, la cosa si fa veramente irritante. Perché mentre chi ha buttato la rete è già a casa a guardare la partita, noi dobbiamo stare attenti a dove navighiamo.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto che fa bollire il sangue. Chi è che decide che il lago può diventare un campo minato? Qualcuno, per risparmiare sulla manutenzione o per pigrizia, ha deciso che quella rete non serviva più. Invece di portarla in un centro di smaltimento, l'ha lasciata al vento e alle correnti. Semplice, veloce, a costo zero per lui.

Ma ci tocca a noi, come sempre. Chi paga il conto? Lo paga prima di tutto l'ambiente. I pesci che rimangono intrappolati in queste reti non muoiono subito; soffrono, lottano e poi diventano cibo per altri, portando con sé i residui di plastica della rete stessa. È un ciclo di schifezze che torna indietro, perché quel pesce, prima o poi, finisce nel piatto di qualcuno. Te lo spiego io: se avveleniamo l'acqua, avveleniamo noi stessi.

Poi c'è chi paga con il portafoglio e con il tempo. La Guardia Costiera di Salò deve uscire, pattugliare, segnalare, cercare di recuperare queste trappole. Chi paga il carburante di quelle motovedette? Chi paga lo stipendio di chi deve fare il lavoro di pulizia che qualcun altro ha evitato di fare? Ancora noi, con le nostre tasse, per rimediare al disastro di un singolo senza scrupoli.

E non dimentichiamo i proprietari delle barche. Se una di queste reti si impiglia in un'elica, il danno è assicurato. Meccanico, pezzi di ricambio, ore di lavoro. Il responsabile della rete, nel frattempo, è introvabile. Non c'è un nome, non c'è una firma, non c'è nessuno a cui chiedere conto. Non è normale che il rischio sia collettivo mentre il risparmio è individuale.

Qualcuno ha già deciso per noi che la comodità di pochi valga più della sicurezza di tutti. È un sistema dove chi sporca non paga mai, e chi tiene pulito deve stare all'erta per non farsi male. È l'ennesimo esempio di come il "bene comune" venga trattato come un tappetino su cui passare con le scarpe sporche di fango.

Eppure basterebbe un minimo di onestà. Basterebbe che chi lavora sul lago rispettasse il luogo che gli dà da mangiare. Invece preferiscono giocare d'azzardo con la vita degli altri e con la salute del Garda, sperando che nessuno se ne accorga o che, se succede qualcosa, la colpa ricada sul "caso". Ma il caso non butta reti in acqua.

E allora?

Possiamo continuare a leggere i comunicati della Guardia Costiera e dire "menomale che ci sono loro", oppure possiamo chiederci perché in un posto così controllato e turistico ci sia ancora chi si sente libero di trasformare il lago in una discarica sommersa. Fino a quando faremo finta che queste siano solo "piccole distrazioni"?

Se non iniziamo a pretendere che chi inquina paghi davvero, con sanzioni che facciano tremare le gambe, continueremo a navigare in un mare di plastica e bugie. Vogliamo davvero che il nostro lago diventi un cimitero di reti e pesci morti solo perché qualcuno non aveva voglia di fare un viaggio al centro di raccolta?