Il fatto
Nel Lago di Garda sono stati avvistati e catturati esemplari di "maxi predatori", pesci alieni che non dovrebbero stare qui. La novità? Invece di limitarsi a rimuoverli per salvare le specie locali, l'idea è di immetterli nel mercato alimentare per alimentare la cosiddetta "filiera food".
La storia
Immagina la scena: vai a fare una passeggiata a Salò o a Riva, guardi l'acqua e pensi che sia tutto bellissimo, naturale, come lo raccontavano i nostri nonni. Poi scopri che sotto la superficie c'è una guerra. Arrivano questi pesci che non sono nati qui, che mangiano tutto quello che trovano e che spianano i nostri pesci di una volta. È un disastro ecologico, punto.
Ma mentre noi ci chiediamo come fare a non far morire il lago, qualcuno, in qualche ufficio climatizzato, ha avuto l'illuminazione. Invece di gestire l'emergenza come un problema di ambiente, l'hanno vista come un'opportunità di marketing. "Visto che ci sono, vendiamoli!". Hai capito bene: il problema diventa il prodotto.
È la classica storia di chi guarda il mondo attraverso un foglio di calcolo. Non importa se l'equilibrio del lago è saltato, l'importante è che ci sia qualcosa da mettere in vetrina al ristorante o nel banco del pesce del supermercato, magari spacciandolo per "novità gastronomica" o "scelta sostenibile".
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il bello. Te lo spiego io come funziona questo giro. Chi paga il prezzo più alto? Il territorio. Paga il Garda, che perde la sua biodiversità. Pagano i pescatori locali che per generazioni hanno vissuto di specie che ora spariscono perché questi "siluri" si mangiano tutto. A loro non interessa se il predatore è buono in padella; a loro interessa che il lago non diventi una vasca di pesci alieni dove non cresce più nulla di autoctono.
Poi c'è la questione di chi decide. Qualcuno ha già deciso per noi che la soluzione è "alimentare la filiera food". Ma chi è questo "qualcuno"? Chi sono i geni che decidono che la risposta a un'invasione biologica sia trasformarla in un business? Probabilmente sono quelli che non hanno mai avuto le mani nell'acqua o che non devono preoccuparsi se tra dieci anni nel lago rimarrà solo questa specie predatrice.
Perché pensiamoci bene: se rendi il predatore "appetibile" e redditizio, chi avrà davvero interesse a eliminarlo del tutto? Se vendere il pesce alieno diventa un affare, il rischio è che l'invasione non sia più un problema da risolvere, ma una risorsa da coltivare. Non è normale che l'unico modo per gestire un'emergenza ambientale sia trasformarla in un profitto.
E ancora noi, i cittadini, i clienti, i residenti, ci troviamo a fare i tester. Ci diranno che è "etico" mangiare il predatore per aiutare il lago. Ci tocca pure sentirci buoni perché mangiamo un pesce che non dovrebbe essere lì. È un capolavoro di retorica: trasformano un fallimento nella gestione del territorio in un'operazione di marketing alimentare.
Chi incassa? Chi gestirà la distribuzione, chi creerà il "brand" del pesce alieno, chi prenderà le commissioni sulla nuova filiera. I soliti. Quelli che vedono un'opportunità di guadagno anche in un incendio, purché possano venderti l'estintore o, in questo caso, la cenere grigliata.
Eppure basterebbe un briciolo di onestà. Basterebbe ammettere che abbiamo fallito nel proteggere le nostre acque e che ora stiamo cercando di limitare i danni vendendo i colpevoli. Invece preferiscono chiamarlo "alimentare la filiera", come se fosse una strategia geniale e non un tentativo disperato di monetizzare un disastro.
E allora?
Siamo davvero arrivati al punto in cui l'unica soluzione per salvare la natura è metterla in pentola per far quadrare i conti di qualcuno? Se continuiamo a rispondere a ogni problema ambientale cercando di capire "come possiamo venderlo", cosa rimarrà tra vent'anni del nostro paesaggio, oltre a un menu di pesce esotico in un lago che non riconosceremmo più?