Il fatto

La sentenza è arrivata: Matias Pascual è stato condannato a 14 anni di reclusione per l'omicidio avvenuto la notte di Capodanno. I fatti, ormai tristemente noti, hanno riguardato una tragedia che ha spezzato una vita e sconvolto l'opinione pubblica bresciana.

La storia

Provate a pensarci un momento. Capodanno. Il momento in cui, in ogni casa di Brescia, ci si mette il vestito buono, si prepara il cenone e si spera che l'anno nuovo porti qualcosa di meglio. C'è chi brinda con lo spumante economico, chi litiga per chi deve lavare i piatti, chi aspetta i fuochi d'artificio guardando fuori dalla finestra. È il momento in cui ci sentiamo tutti un po' più vicini, anche se non ci conosciamo.

E poi, in mezzo a questa atmosfera di festa, succede l'irreparabile. Mentre noi contavamo i secondi verso la mezzanotte, qualcuno decideva che la violenza fosse l'unica risposta possibile. Hai capito bene: mentre c'era chi sognava, qualcuno stava spegnendo una vita. Non è una storia di film, è successo qui, a due passi da noi, in una città che pensa di essere sicura perché "siamo tra di noi".

Il dramma di una famiglia che non ha più un figlio, di genitori che ora guardano il calendario e vedono ogni 31 dicembre come il giorno del loro inferno personale. Questa è la realtà quotidiana che resta quando le luci della festa si spengono e i giornali smettono di scriverne ogni giorno.

Chi paga, chi incassa

Ora, parliamo chiaro. La sentenza c'è, i 14 anni sono scritti sulla carta. Ma chi paga davvero? Non è il condannato a pagare il prezzo più alto. Lui ha una cella, ha un percorso giudiziario, ha degli avvocati. Chi paga sono i familiari della vittima, che si ritroveranno a vivere con un vuoto che nessuna sentenza può colmare. Pagano i cittadini che, ogni volta che escono la sera, sentono un brivido in più lungo la schiena.

E chi incassa? Non parlo di soldi, che in queste storie non c'entrano nulla, ma di potere. Incassa chi usa queste tragedie per dire "vedete quanto siamo insicuri", per giustificare controlli a tappeto o per fare propaganda sulla sicurezza urbana. Qualcuno ha già deciso per noi che l'unica soluzione sia aumentare le telecamere o mettere più divise in strada, come se un pezzo di ferro o una divisa potessero fermare l'odio che esplode in una notte di festa.

Te lo spiego io: il vero conflitto non è tra l'accusa e la difesa in un'aula di tribunale. Il conflitto è tra una società che dice di essere civile e una realtà dove basta un momento di rabbia, un malinteso o una testa calda per finire in un obitorio. Non è normale che in una città come la nostra, dove il lavoro e la concretezza sono tutto, ci ritroviamo a gestire l'incapacità di convivere senza ucciderci.

Ci tocca ancora una volta leggere di condanne, di anni di carcere, di sconti di pena e di appelli. Ci tocca accettare che la giustizia arrivi, ma che arrivi sempre dopo che il danno è irreversibile. Ancora noi, i cittadini comuni, a raccogliere i cocci di una violenza che non ci appartiene ma che ci colpisce tutti, perché quando muore un giovane in una città, un pezzo di futuro sparisce per tutti.

Eppure basterebbe chiedersi perché siamo arrivati a questo punto. Perché la rabbia è diventata l'unico linguaggio possibile per certi soggetti? Perché non ci sono strumenti per intercettare questa violenza prima che diventi un fatto di cronaca nera? Invece preferiamo aspettare che il giudice batta il martello per sentirci, per un attimo, "al sicuro". Ma è un'illusione.

Il sistema funziona così: succede il disastro, si processa il colpevole, si emette la sentenza e si passa alla notizia successiva. Il ciclo si chiude, la pratica viene archiviata, ma il buco nel cuore di una famiglia resta lì, aperto e sanguinante. Questo è l'unico risultato concreto di tutta questa macchina burocratica.

E allora?

Quattordici anni sono tanti o sono pochi? Per chi ha perso un figlio, sono un battito di ciglia. Per chi è in cella, sono un'eternità. Ma per noi, per chi vive a Brescia e guarda queste notizie, dovrebbero essere un campanello d'allarme.

Possiamo continuare a leggere queste sentenze come se fossero il resoconto di una partita di calcio, o vogliamo finalmente chiederci come siamo arrivati a vivere in una città dove il Capodanno può diventare un omicidio? Cosa stiamo facendo, concretamente, per non dover più leggere titoli del genere?