Il fatto

Gli studenti del Liceo Foppa di Brescia hanno realizzato un progetto audiovisivo per raccontare le pietre d'inciampo sparse per la città. Hanno usato video e tecnologia per dare voce a quei piccoli blocchi di ottone che ricordano le vittime della deportazione.

La storia

Immagina la scena: cammini per il centro, magari vai a prendere un caffè o corri a fare una commissione tra via Cavour e le stradine del centro storico. Guardi in basso e vedi quel quadratino giallo, lucido o sporco di fango a seconda della stagione. Ci passi sopra senza nemmeno accorgertene. È diventato parte dell'arredo urbano, come un tombino o un cordolo del marciapiede. Non ci fai caso, non ti fermi, non ti chiedi chi fosse quella persona che viveva esattamente lì, in quel palazzo dove oggi magari c'è un ufficio o un appartamento di lusso.

Poi arrivano questi ragazzi del Foppa. Loro si sono fermati. Hanno preso il cellulare, hanno studiato, hanno montato dei video. Hanno fatto quello che noi, che siamo "adulti", che abbiamo il lavoro, la famiglia e le bollette da pagare, non facciamo più da anni: hanno guardato in faccia il vuoto. Hanno trasformato un pezzo di metallo in una storia di carne e sangue, riportando in superficie nomi che erano diventati semplici etichette su un catalogo di memoria.

Te lo spiego io: non è che siamo cattivi, è che siamo diventati sordi. Ci siamo abituati a camminare veloci, a non guardare dove mettiamo i piedi perché abbiamo troppa fretta di arrivare da qualche parte. E mentre corriamo, calpestiamo ogni giorno la memoria di chi è stato strappato via da queste stesse strade. È un'abitudine pericolosa, perché quando smetti di vedere il sasso, smetti di vedere l'uomo.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che la memoria sia una questione di "progetti scolastici". Certo, è bellissimo che i ragazzi del Foppa lo facciano, è lodevole, è necessario. Ma non è normale che la manutenzione della nostra coscienza collettiva sia affidata a dei sedicenni che fanno un compito di scuola.

Chi paga questo silenzio? Ci tocchiamo ancora noi. Paghiamo con l'indifferenza. Paghiamo con una città che diventa un museo a cielo aperto dove però nessuno legge le didascalie. Le pietre d'inciampo sono state messe lì per farci inciampare, non per essere integrate nel design del marciapiede. Se non inciampiamo più, se non ci fermiamo più, allora quelle pietre hanno fallito la loro missione.

E chi incassa? Incassa chi preferisce una memoria "pulita", istituzionale, fatta di cerimonie una volta all'anno con i nastri tagliati e i discorsi preconfezionati che non dicono nulla. Incassa chi vuole che la storia sia un capitolo chiuso di un libro di testo, qualcosa che è successo "altrove" o "tanto tempo fa", così non dobbiamo chiederci se oggi, in qualche modo, stiamo facendo le stesse cose o se stiamo lasciando che accada di nuovo.

Eppure basterebbe un attimo. Basterebbe che l'amministrazione della città non si limitasse a installare il metallo, ma si occupasse di renderlo vivo ogni giorno, non solo quando c'è un progetto scolastico che ci ricorda che dovremmo farlo. Ancora noi a dover aspettare che siano i figli a spiegare ai padri che non si può camminare sopra i morti senza provare un brivido.

C'è un conflitto invisibile tra la fretta della vita moderna e il tempo della memoria. La città corre, i negozi aprono e chiudono, il traffico ci manderà al manicomio, e nel mezzo ci sono queste pietre che gridano in silenzio. Se l'unico modo per sentirle è guardare un video fatto da uno studente, significa che abbiamo perso per strada qualcosa di fondamentale.

Non è una questione di cultura, è una questione di rispetto. Il rispetto per chi è stato cancellato. Quando una pietra d'inciampo diventa invisibile, la cancellazione avviene per la seconda volta. La prima l'ha fatta il carnefice, la seconda la stiamo facendo noi, semplicemente continuando a camminare senza guardare.

E allora?

I ragazzi del Foppa hanno fatto il loro lavoro, e l'hanno fatto bene. Ma ora che il video c'è, che la storia è tornata a galla, noi che facciamo? Continuiamo a usare quelle pietre come appoggio per le scarpe mentre aspettiamo il semaforo o proviamo, per una volta, a fermarci davvero?

Hai capito bene: la domanda non è cosa hanno fatto gli studenti, ma cosa faremo noi domani mattina quando usciremo di casa e incontreremo, per l'ennesima volta, quel quadratino di ottone sotto i nostri piedi. Ci inciamperemo di nuovo o faremo finta di non vederlo?

[og_title]Brescia, pietre d'inciampo: i ragazzi ci danno una lezione [og_description]Studenti del Foppa raccontano le vittime della deportazione. Un promemoria necessario per chi cammina veloce senza guardare dove mette i piedi. [twitter_title]Pietre d'inciampo: i ragazzi del Foppa ci ricordano chi siamo [twitter_description]Bello il progetto del Liceo Foppa, ma è normale che servano i ragazzi per ricordarci di non calpestare la memoria? Te lo spiego io su Basta Così. #Brescia #Memoria [image_prompt]Close-up photorealistic shot of a "stumbling stone" (pietra d'inciampo) embedded in a grey cobblestone street of an Italian city, with blurred legs of people walking past it in a hurry, soft natural daylight, cinematic street photography style. [tags]Brescia, Liceo Foppa, pietre d'inciampo, memoria, città [category]cronaca