Il fatto
È aperto il voto per il Pallone d'Oro. Chiunque, tramite un sito web, può cliccare ogni giorno sul nome del proprio calciatore o calciatrice preferito per aiutarlo a vincere il trofeo. Un'operazione di marketing globale travestita da "scelta democratica".
La storia
Immaginate la scena. Sei in coda alla posta in via Cavour, o magari sei fermo nel traffico di Viale Italia con l'aria condizionata che tossisce e il sole che picchia sul cruscotto. Tiri fuori il telefono, apri la pagina e clic: voti per il fenomeno del momento, quello che guadagna in una settimana quello che tu non vedrai nemmeno in dieci vite di stipendi onesti.
Ti senti parte del gioco, vero? Ti sembra che la tua opinione conti qualcosa in quel mondo di specchi e luci. Magari lo fai mentre aspetti che il figlio esca da scuola o durante la pausa pranzo in fabbrica, convinto che questo piccolo gesto sia un modo per "partecipare" alla festa del calcio.
Ma fermati un attimo. Guardati intorno. Mentre tu perdi tempo a decidere se il premio vada a un tizio che vive a Madrid o a uno di Parigi, ci sono le buche che mangiano le gomme delle macchine in ogni quartiere di Brescia e i servizi che non funzionano. Eppure, ecco che arriva la notifica: "Vota ora!". Te lo spiego io: non è un invito, è un modo per tenerti occupato.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Chi è che decide davvero? Qualcuno ha già deciso per noi che il calcio non è più uno sport, ma un'industria di numeri. Il voto online è la ciliegina sulla torta, ma non è il cuore del premio. I veri voti, quelli che contano, li danno i giornalisti specializzati, quelli che cenano con gli agenti e che vivono in un mondo parallelo rispetto al nostro.
Allora, perché ci chiedono di votare? Semplice: i dati. Ogni volta che clicchi, ogni volta che inserisci la tua mail o accetti i cookie di quel sito, stai regalando informazioni preziose. Hai capito bene. Non stai scegliendo un campione, stai alimentando una macchina che incassa milioni in sponsorizzazioni e diritti televisivi.
Chi incassa? Gli organizzatori, le piattaforme pubblicitarie e i brand che appiccicano il loro logo ovunque. Loro vendono l'idea della "passione popolare" per giustificare prezzi dei biglietti che sono diventati folli e abbonamenti televisivi che costano come un affitto in centro. Ci tocca pagare per guardare i giocatori che poi noi stessi dobbiamo "aiutare" a vincere un premio, come se fossero i nostri dipendenti.
E chi paga? Paghiamo noi. Non solo con i soldi, ma con l'attenzione. Ci convincono che la vera battaglia sia tra due calciatori strapagati, mentre intanto le infrastrutture che usiamo ogni giorno cadono a pezzi. Ci spostano l'attenzione su un trofeo di metallo dorato per non farci chiedere perché i soldi che girano in questo giro di specchi non arrivino mai a chi produce davvero ricchezza.
Non è normale che un'operazione di marketing venga spacciata per "partecipazione". È un gioco truccato. Tu metti il click, loro mettono il profitto. Tu metti la passione, loro mettono il conto in banca. Ancora noi a fare da comparse in un film dove i protagonisti hanno già vinto tutto, anche senza il nostro voto.
Basterebbe ammettere che questo premio è una sfilata di moda per milionari. Ma no, preferiscono farci credere che il nostro voto online sia fondamentale. Perché un tifoso che clicca è un tifoso che non si chiede dove finiscono tutti quei soldi e perché, mentre i calciatori volano in jet privati, noi dobbiamo sperare che l'autobus passi ogni tanto.
E allora?
Continueremo a giocare a fare i giudici di un mondo che non ci appartiene e che non ci guarda nemmeno in faccia? O iniziamo a chiederci perché ci viene chiesto di scegliere il "migliore" tra chi ha già tutto, mentre noi continuiamo a rincorrere le briciole?
Il tuo click cambierà davvero qualcosa, o serve solo a far sentire importante chi ha già deciso tutto per te?