Il fatto
È uscita la chiamata al voto per il Pallone d'Oro. Chiunque può votare ogni giorno online per scegliere il calciatore e la calciatrice dell'anno, trasformando una competizione sportiva in un concorso di popolarità digitale.
La storia
Immaginate la scena. Sei al bar, magari verso via Cavour o in un circolo di quartiere a Rezzato, con il caffè in mano e il telefono che vibra. Ti arriva la notifica: "Vota il tuo campione". Ti senti importante per due secondi, pensi che il tuo click possa spostare l'equilibrio di un premio mondiale, che la tua opinione di tifoso conti qualcosa in quella stanza di lusso dove si decidono i destini del calcio.
Ma te lo spiego io come funziona davvero. Mentre tu passi il tempo libero a cliccare su un sito, tra un impegno di lavoro e la spesa al supermercato, i veri meccanismi sono già in moto. Non è un voto, è un passatempo organizzato per farci sentire parte di un club a cui non apparteniamo. È come se ti chiedessero di scegliere il colore delle tende in una casa che non abiterai mai e che non hai aiutato a costruire.
Ci hanno abituati a pensare che "partecipare" significhi premere un tasto. Ma tra un click e l'altro, ci dimentichiamo che il calcio, quello vero, quello che respiriamo nei campetti di periferia o guardando la partita con l'amico di sempre, non ha nulla a che fare con questi algoritmi di popolarità che servono solo a gonfiare i numeri di un sito web.
Chi paga, chi incassa
Ma veniamo al punto: chi è che ci guadagna davvero da questa farsa del "vota tutti i giorni"? Non è certo il calciatore, che ha già i suoi milioni e i suoi agenti che gestiscono ogni singola virgola della sua immagine. E non siamo certo noi, che perdiamo tempo a fare il lavoro di marketing gratuito per un'organizzazione privata.
Qui il conflitto è chiaro: c'è chi decide e c'è chi deve dare l'illusione del consenso. Qualcuno ha già deciso per noi chi deve vincere, chi deve essere in vetrina e chi deve essere dimenticato. Il voto online serve a creare "engagement", una parola moderna per dire che vogliono che restiamo incollati allo schermo, che generiamo traffico, che attiriamo pubblicità.
Hai capito bene: noi siamo il prodotto. Ogni nostro click è un dato che viene venduto, una statistica che serve a dire agli sponsor: "Guardate quanti milioni di persone sono interessate a questo premio". Ci tocca fare i figuranti in uno show dove i copioni sono scritti nei grattacieli di Parigi o New York, mentre noi pensiamo di essere i giudici.
Eppure basterebbe un briciolo di onestà per dire che questo premio è diventato un'operazione commerciale travestita da merito sportivo. Perché se fosse davvero una questione di "popolo", non servirebbero questi meccanismi complicati di votazione giornaliera che servono solo a creare hype, a creare tensione artificiale, a tenerci in ansia per un risultato che, in fondo, non cambia assolutamente nulla della nostra vita.
Ancora noi a dare l'ossigeno a un sistema che ci usa come carne da macello digitale. Noi paghiamo con il nostro tempo, con la nostra attenzione, con la nostra passione sincera. Loro incassano in termini di visibilità, di contratti pubblicitari e di potere mediatico. È un gioco truccato dove l'unica regola è che tu devi continuare a cliccare, convinto di avere un potere che non hai.
Non è normale che l'eccellenza sportiva venga ridotta a un sondaggio online simile a quelli che trovi sulle riviste di gossip. È l'ennesima dimostrazione di come tutto, anche la bellezza di un gesto tecnico o il sacrificio di un atleta, debba essere trasformato in un bit di dati monetizzabile. Ci vendono l'idea della democrazia sportiva, ma ci consegnano un telecomando senza pile.
E allora?
Continueremo a credere che un click possa cambiare le cose o iniziamo a chiederci perché ci viene chiesto di votare proprio ora, proprio così, proprio in questo modo? Siamo tifosi o siamo solo click gratuiti per i loro bilanci?