Il fatto
La Polizia di Stato ha sferrato l'operazione "Daku": 28 misure cautelari, tra cui 10 arresti in carcere, 8 domiciliari e 10 obblighi di dimora. Il centro dello spaccio era a Bolzano, ma i tentacoli dell'organizzazione arrivavano in diverse province, Brescia compresa.
La storia
Immagina la scena. Ti svegli, prendi il caffè, guardi fuori dalla finestra e pensi che la tua via sia tranquilla. Poi leggi che c'è un'organizzazione che sposta droga da una punta all'altra del Nord Italia e che qualcuno di questi soggetti ha basi o contatti proprio qui, a due passi da dove porti i figli a scuola o dove vai a fare la spesa. Hai capito bene: non è una cosa che succede solo nei film o nelle grandi metropoli come Milano.
Succede qui. Succede nei nostri quartieri, in quelle zone dove magari l'illuminazione non funziona da mesi o dove i parchi sono diventati zone franche. La droga non viaggia per magia; ha bisogno di strade, di case, di persone che facciano da tramite. E mentre noi cerchiamo di arrivare a fine mese, c'è chi ha trasformato il territorio in un'autostrada per sostanze che distruggono le vite dei nostri ragazzi.
Il fatto che l'operazione sia coordinata dalla Dda di Trento e che abbia coinvolto squadre mobili da mezza Italia ci dice una cosa sola: l'organizzazione era grossa, strutturata, professionale. Non erano due ragazzini con un po' di erba in tasca, ma un'associazione a delinquere che ha deciso che Brescia era un ottimo mercato dove fare affari.
Chi paga, chi incassa
Ora, fermiamoci un attimo a ragionare, perché te lo spiego io come funziona. In queste storie c'è sempre qualcuno che incassa e qualcuno che paga. Chi incassa sono i vertici, quelli che stanno a Bolzano o ancora più lontano, che non rischiano nulla e vedono i soldi piovere. Loro decidono dove aprire i nuovi "punti vendita", decidono chi deve rischiare la pelle per consegnare la merce e chi deve gestire i soldi sporchi.
E chi paga? Ci tocca pagare a noi. E non parlo solo dei soldi che i tossicodipendenti versano a questi criminali, svuotando i salvadanai di famiglia o rubando in casa. Parlo del prezzo sociale che paghiamo tutti. Paghiamo con la paura di camminare in certe strade la sera, paghiamo con il degrado di certi angoli della città che diventano "zone proibite", paghiamo con l'ansia di ogni genitore che vede un gruppo di sconosciuti fare avanti e indietro per il quartiere.
Qualcuno ha già deciso per noi che certi territori possono essere lasciati a loro. Perché, diciamocelo chiaramente, se un'organizzazione riesce a radicarsi in così tante province, da Brescia a Pordenone, da Sondrio a Barletta, significa che ha trovato spazio. Non è normale che queste reti diventino così efficienti mentre noi, i cittadini, ci sentiamo sempre più soli e meno protetti.
Poi arrivano le operazioni, i grandi titoli di giornale, i numeri degli arrestati. Certo, è giusto che la Polizia faccia il suo lavoro e di questo bisogna stare contenti, ma l'operazione "Daku" è solo la punta dell'iceberg. Quando ne arrestano 28, quanti ne restano fuori? Quanti altri "contatti" ci sono ancora nelle nostre vie? Chi ha permesso che queste basi venissero create sotto il nostro naso?
Il conflitto è qui: da una parte c'è un business spietato che non ha confini e non ha morale, dall'altra ci siamo noi che subiamo le conseguenze. Mentre i capi dell'organizzazione contano i milioni, noi contiamo i danni nei nostri quartieri. Ancora noi a fare da terreno di coltura per i loro affari, ancora noi a scoprire i fatti quando la Polizia bussa alle porte all'alba.
Eppure basterebbe un po' più di attenzione costante, non solo l'operazione lampo ogni tanto. Basterebbe che il territorio non fosse lasciato al caso, che non ci fossero zone d'ombra dove chi spaccia si sente più a casa che il sindaco. Invece sembra che si proceda sempre per "emergenze", come se l'unica soluzione fosse aspettare che il problema diventi così grande da richiedere l'intervento di mezza Italia per essere smantellato.
E allora?
Siamo contenti che abbiano preso 28 persone? Certo che sì. Ma la domanda che dobbiamo farci è: domani chi prenderà il loro posto? Se non cambiamo il modo di vivere e presidiare i nostri quartieri, se continuiamo a pensare che "tanto succede ovunque", stiamo solo aspettando la prossima operazione. Vogliamo davvero continuare a essere il mercato preferito di chi vuole avvelenare i nostri figli per comprarsi la villa al mare?