Il fatto

Mercoledì 15 aprile, Tribunale di Brescia. Seconda udienza del processo contro il proprietario del capannone della Errepi di Manerbio. Mirko "Sick" Serpelloni, 27 anni, illustratore, musicista e operaio, è morto nel settembre 2023 cadendo da un lucernario. Il datore di lavoro ha già preso 3 anni e 4 mesi, ora tocca al proprietario dello stabile.

La storia

Te lo spiego io chi era Mirko. Non era "solo" un operaio, era uno di quelli che rendono viva questa città: disegnava, faceva musica, aveva la vita davanti. Poi c'è quel maledetto lucernario. Immaginate la scena: un ragazzo che va a lavorare per sbarcare il lunario e si ritrova a precipitare nel vuoto perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che la sicurezza era un costo troppo alto o un dettaglio trascurabile.

A Brescia siamo abituati a lavorare sodo, a non lamentarci, a "farcela" sempre. Ma qui non si parla di fatica, si parla di un buco in un tetto che è diventato una trappola. Mirko non è scivolato per sfortuna; è caduto perché il posto dove doveva lavorare non era sicuro. È la storia di troppi di noi che ogni mattina escono di casa senza la certezza di rientrare, mentre chi possiede i muri sta seduto in ufficio a guardare i bilanci.

Fuori dal Tribunale c'era la madre, Maruska, e gli amici. Gente che non vuole "politica", vuole solo che qualcuno dica chiaramente che quella non è stata una fatalità. Perché quando un ragazzo di 27 anni muore in un capannone, non è un incidente. È un fallimento di tutto il sistema che ci circonda.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto che scotta: chi ha deciso che quel lucernario poteva restare così? Qualcuno ha già deciso per noi che la vita di un operaio vale meno di una manutenzione straordinaria del tetto. Il proprietario dello stabile è quello che incassa l'affitto, quello che possiede il bene, quello che ha il potere di dire "questo tetto va sistemato prima che qualcuno ci salga".

Invece, come al solito, ci tocca aspettare i tempi della giustizia. Prima il datore di lavoro, ora il proprietario. Si rimpallano le responsabilità come se fossero palloni, mentre la famiglia di Mirko deve andare in tribunale a testimoniare che suo figlio è morto. Hai capito bene: i parenti devono andare a spiegare al giudice che il ragazzo non c'è più, sperando che qualcuno ammetta di aver risparmiato sulla sicurezza per gonfiare il profitto.

Non è normale che per avere una condanna servano anni di udienze, rinvii e "tronconi" di processo. Mentre gli avvocati discutono di clausole e responsabilità civili, c'è un vuoto in una casa di Brescia che non si riempirà mai. Chi incassa i profitti della produzione in questi capannoni spesso non vede nemmeno la faccia di chi ci lavora, ma vede benissimo i costi di manutenzione che "tagliano" per far quadrare i conti.

Eppure basterebbe un controllo serio, un sopralluogo onesto, l'idea che la vita umana non sia una voce di spesa nel bilancio annuale. Invece preferiscono rischiare il processo, pagare un avvocato bravo e sperare che la cosa passi inosservata o che venga etichettata come "tragico incidente". Ma noi sappiamo che non è così. Se un lucernario cede, significa che qualcuno ha ignorato il pericolo. Qualcuno ha preferito non spendere.

Ancora noi, ancora i soliti: l'operaio che rischia la pelle, il proprietario che nega l'evidenza e lo Stato che arriva dopo che il funerale è già finito. È questo il meccanismo: chi ha i soldi decide come si lavora, chi non ne ha paga con la vita, e poi ci si ritrova a fare i presidi in Piazza Duomo per chiedere che le morti sul lavoro vengano chiamate con il loro vero nome: omicidi.

Perché se io ti mando a lavorare in un posto dove il pavimento può sparire sotto i tuoi piedi, non sono sfortunato io, sei un assassino tu. Punto.

E allora?

La prossima udienza è il 17 giugno. Altre settimane di attesa, altri caffè amari, altra polvere sui faldoni. Ma la domanda resta una sola: quanti altri lucernari devono rompersi prima che i proprietari dei capannoni di questa provincia inizino a tremare per la paura di finire in cella, invece di preoccuparsi solo delle tasse sull'immobile?

Siamo davvero disposti ad accettare che morire per lavorare sia ancora "normale" a Brescia?

[image_prompt]A realistic photojournalism shot of a small group of grieving but determined people standing outside a grey Italian courthouse. Focus on a middle-aged woman with a sad but firm expression, holding a printed photo of a young man. The background is the blurred architecture of the Tribunale di Brescia, overcast sky, raw urban atmosphere.[/image_prompt] [tags]Mirko Serpelloni, Manerbio, morti sul lavoro, tribunale brescia, sicurezza[/tags] [category]cronaca[/category]