Il fatto

La Guida Slow Food 2026 ha premiato Giulia Zampiccoli dell'azienda Laghel 7 di Arco per l'innovazione nell'olivicoltura. Ma dietro i sorrisi dei premi, i numeri del Trentino fanno paura: il raccolto è crollato da 2.845 quintali a soli 793. Un calo devastante causato dal clima instabile e dalla mosca dell'olivo.

La storia

Immaginate la scena. Andate al supermercato qui a Brescia, guardate lo scaffale degli oli e vedete etichette bellissime, scritte in oro, che vi promettono "biodiversità" e "sostenibilità". Vi dicono che l'olio è un'arte, che è il futuro. E magari è vero, per chi riesce a produrlo e per chi ha i soldi per comprarlo a prezzi che ormai sembrano quelli dello champagne.

Poi però provate a parlare con chi sta in mezzo agli ulivi, magari un po' più su verso il Garda o in Trentino. Lì non si parla di "menzioni speciali" o di "fotografie dell'olivicoltura". Lì si parla di alberi che non hanno dato nulla, di mosche che mangiano tutto e di un tempo che è impazzito. Te lo spiego io: mentre in un hotel di lusso si festeggia la qualità, il contadino guarda il campo vuoto e si chiede come fare a pagare le bollette l'anno prossimo.

È la solita storia: ci vendono l'idea del "piccolo angolo di paradiso", della fattoria didattica dove i bambini vanno a vedere come crescono le olive. Bello, eh? Molto poetico. Ma il paradiso non paga l'affitto e non ferma i parassiti quando l'aria diventa troppo umida e il caldo arriva a novembre. La realtà è che l'olivicoltura sta diventando un hobby per chi può permetterselo o un lusso per pochi eletti.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Chi decide cosa è "qualità"? Qualcuno ha già deciso per noi che l'olio deve essere recensito da una guida, che deve avere un bollino, che deve essere "innovativo". Ma l'innovazione, per un piccolo produttore, non è un premio di plastica consegnato a Torri del Benaco; l'innovazione sarebbe avere strumenti concreti per difendere le piante senza andare in rovina.

Chi incassa in questa giostra? Incassano quelli che gestiscono il "brand" del territorio, quelli che trasformano la fatica della terra in un prodotto di marketing per turisti. Hai capito bene: si trasforma l'agricoltura in "ospitalità". Se non puoi più vivere di olio perché il raccolto è crollato di due terzi, allora devi aprire una stanza per B&B o fare i laboratori didattici per sopravvivere. Non è normale che per campare con la terra tu debba diventare un animatore turistico.

E chi paga? Paghiamo noi, i consumatori, che vediamo i prezzi salire perché "la produzione è limitata". Ma non è limitata perché vogliamo l'eccellenza, è limitata perché il sistema è al collasso. Pagano i giovani che, come la premiata Giulia, hanno studiato Agraria e ci provano con le unghie e con i denti, ma che si scontrano con una natura che non risponde più e con un mercato che premia l'estetica della bottiglia più che la stabilità del reddito di chi la riempie.

Ci tocca ancora una volta vedere questa spaccatura: da una parte il gala, i brindisi e le "menzioni speciali" in località chic; dall'altra i produttori che non hanno nemmeno presentato il loro olio alla guida perché non ne avevano abbastanza per riempire due taniche. Ancora noi a guardare le sfilate di bellezza mentre chi lavora davvero sta rischiando di sparire.

Eppure basterebbe smettere di trattare l'agricoltura come un accessorio del turismo. Basterebbe investire seriamente nella difesa delle colture contro i cambiamenti climatici invece di spendere energie a decidere chi merita un premio in una guida patinata. Perché quando l'ultimo produttore stanco mollerà gli ulivi, le guide non avranno più nulla da recensire e i premi non serviranno a niente.

E allora?

Siamo contenti per i giovani che resistono, davvero. Ma vogliamo continuare a credere che un premio di Slow Food sia la soluzione ai problemi di chi vede il proprio raccolto sparire nel nulla? Vogliamo davvero un'agricoltura fatta di medaglie o una fatta di persone che riescono a vivere dignitosamente della propria terra?