Il fatto

Michele Lamberti, bresciano di 26 anni, ha vinto il titolo italiano nei 50 dorso agli Assoluti di Riccione. Ha chiuso in 24”38, abbattendo il record nazionale e staccando anche Thomas Ceccon. Ora ha il pass diretto per gli Europei di Parigi.

La storia

Allora, partiamo da un punto fermo: Michele è un fenomeno. Ma diciamocelo chiaramente, tra noi, non è che sia nato in un garage a nuotare in una vasca di plastica. È figlio di Giorgio Lamberti e Tanya Vannini. Hai capito bene: è figlio di due campioni plumedagliati. In casa Lamberti l'acqua non è un elemento, è il pane quotidiano. Il fratello Matteo è lì con lui, Noemi è convocata per le Universiadi. È una dinastia, una macchina da guerra perfetta.

Immaginate la scena. Tu vai in piscina al quartiere, quella dove l'acqua è torbida e i vetri sono appannati, e vedi un ragazzino che nuota. Ti dici: "Magari questo diventa un campione". Ma poi ti rendi conto che per arrivare a 24 secondi nei 50 metri non basta "avere talento". Serve un ecosistema. Serve qualcuno che sappia esattamente come respirare, come girarsi, come mangiare e come allenarsi fin da quando sei in fasciature.

Il successo di Michele è meritato, ci manchi. Ha sudato, ha spinto, ha battuto un record che condivideva con il migliore del mondo. È un orgoglio per Brescia, certo. Ma mentre noi festeggiamo il record di un "figlio d'arte", dovremmo chiederci cosa succede a tutti gli altri ragazzi della provincia che hanno voglia di nuotare ma non hanno un papà che ha vinto l'oro olimpico.

Chi paga, chi incassa

Qui arriviamo al punto. Te lo spiego io come funziona. Il nuoto di alto livello in Italia è una questione di pochissimi eletti. Michele gareggia per le Fiamme Gialle e il Gam Team. Strutture d'eccellenza, certo. Ma chi decide dove vanno i soldi per le piscine pubbliche a Brescia e provincia? Chi decide che mantenere una vasca comunale costi troppo e che quindi sia meglio chiuderla o lasciarla andare in malora?

Ancora noi a fare i conti con la realtà: mentre i campioni volano a Riccione e poi a Parigi, i nostri figli devono fare i salti mortali per trovare una corsia libera in una piscina che non puzzi di cloro vecchio e muffa. Qualcuno ha già deciso per noi che lo sport "di base" non è una priorità, che basta finanziare le punte della piramide per dire che "l'Italia vince".

Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi incassa i complimenti e le medaglie, l'élite che ha i mezzi per arrivare al top. Dall'altra c'è chi paga, ovvero le famiglie bresciane che devono pagare abbonamenti sempre più cari per servizi che degradano. Non è normale che in una città che produce campioni come i Lamberti, nuotare sia diventato un lusso o un percorso a ostacoli tra burocrazia e impianti fatiscenti.

Ci dicono che siamo "una terra di sport". Balle. Siamo una terra dove, se nasci nella famiglia giusta o hai la fortuna di incrociare l'allenatore giusto nel posto giusto, puoi diventare un recordman. Ma per tutti gli altri? Per chi non ha il "sangue blu" del nuoto? A loro tocca accontentarsi di piscine affollate e orari impossibili.

Eppure basterebbe un minimo di visione. Basterebbe che i soldi che vengono spesi in eventi di facciata venissero investiti in vasche accessibili a tutti, in scuole nuoto che non siano solo business privati, ma servizi per la comunità. Invece preferiamo celebrare il singolo record, perché è più facile che gestire un impianto pubblico che funzioni per tutti.

E allora?

Siamo felici per Michele? Certo che sì, è un grande e ci rappresenta. Ma a che serve avere il recordman italiano se poi i nostri ragazzi non hanno un posto decente dove imparare a galleggiare senza fare la fila per tre ore?

Vogliamo continuare a essere quelli che applaudono dal divano mentre i pochi privilegiati volano a Parigi, o vogliamo pretendere che Brescia sia una città dove chiunque, non solo chi è "figlio d'arte", possa sognare di toccare il muro per primo?