Il fatto
Giovedì scorso, tra Sale Marasino e Monte Isola, due pescatori hanno tentato di seminare la Polizia Provinciale sul lago d’Iseo. Non solo non si sono fermati per i controlli, ma hanno speronato l'imbarcazione delle forze dell'ordine. La fuga è finita presto, ma il finale è stato brutto: un settantasettenne ha aggredito un agente, arrivando a mordergli la mano. Denuncia per resistenza e aggressione.
La storia
Immaginate la scena. Siete lì, sul Sebino, magari in una di quelle mattine dove la nebbia non se n'è ancora andata del tutto. Il lago è nostro, o almeno così pensiamo noi che ci viviamo, che lo guardiamo ogni giorno dalla finestra o che ci portiamo i figli a fare un giro. È il posto dove dovremmo trovare un attimo di pace, lontano dal caos della città o dal traffico della statale.
E invece cosa succede? Un inseguimento degno di un film d'azione, ma con i pescatori. Due persone che probabilmente conoscono ogni sasso di quel fondale, che sanno dove stanno i pesci e come girano le correnti, che improvvisamente decidono che i documenti non si danno e che la barca della Provinciale è un ostacolo da speronare. Hai capito bene: speronata.
Non è una questione di "non aver visto il segnale". Quando vedi l'uniforme e acceleri per scappare, significa che c'è qualcosa che non va. E quando un uomo di 77 anni, che ha visto passare decenni di storia su quelle acque, decide di usare i denti contro un agente, non siamo più davanti a una semplice multa per la licenza di pesca. Qui c'è un nervosismo, una rabbia che bolle sotto la superficie e che esplode nel modo più assurdo possibile.
Chi paga, chi incassa
Ora, fermiamoci un attimo. Te lo spiego io come funziona questa storia. In superficie vediamo due "furbetti" che volevano evitare il controllo e un agente che si è preso un morso. Ma se scaviamo, il conflitto è un altro. C'è un muro invisibile che si è alzato tra chi vive il territorio e chi deve controllarlo. Qualcuno ha già deciso per noi che il rapporto tra cittadino e autorità debba essere solo una questione di sanzioni, multe e verbali.
Da una parte abbiamo chi, per mestiere o passione, sente che il lago è "casa sua" e vede ogni controllo come un'intrusione, un fastidio, un modo per complicare un lavoro che è già durissimo. Dall'altra abbiamo chi deve applicare le regole, spesso con mezzi limitati e una pressione costante. Ma quando il controllo diventa scontro fisico, abbiamo perso tutti.
Chi paga in questa storia? Ci tocca pagare ancora a noi, i residenti. Paghiamo con la percezione di vivere in un posto dove non ci si parla più, dove l'unica risposta a una richiesta di documenti è l'acceleratore al massimo o l'aggressione. Paghiamo con la sicurezza di un lago che dovrebbe essere un bene comune e che invece diventa il teatro di piccole guerre tra chi "possiede" l'esperienza e chi "possiede" il potere del verbale.
E chi incassa? Non ci sono soldi che girano qui, se non le multe che finiranno nelle casse del Comune o della Provincia. Ma l'incasso reale è l'alienazione. Ogni volta che un episodio del genere finisce sui giornali, ci convincono che siamo tutti matti, che non c'è più rispetto, che "i vecchi sono diventati aggressivi". Non è normale che un settantenne arrivi a mordere un agente. Ma non è normale nemmeno che l'unico modo per comunicare sul nostro territorio sia attraverso un inseguimento in barca.
Eppure basterebbe un briciolo di senso comune. Basterebbe che chi controlla non fosse visto come il nemico e che chi è controllato non si sentisse un ricercato. Invece abbiamo scelto la strada del conflitto. La Provinciale fa il suo lavoro, i pescatori fanno i ribelli, e nel mezzo c'è un lago bellissimo che diventa lo sfondo di una rissa da bar, ma sull'acqua.
La verità è che questo episodio è il sintomo di una malattia più grande. Siamo tutti così incazzati, così stanchi di regole che spesso sembrano scritte da chi non ha mai tenuto una canna da pesca in mano o non ha mai navigato il Sebino, che alla fine esplodiamo. Solo che morderne un agente non risolve il problema della licenza, né quello della gestione delle acque. Rende solo tutto più tragico e ridicolo.
E allora?
Quindi, restiamo a guardare mentre il nostro lago diventa un campo di battaglia tra chi scappa e chi insegue? Possiamo continuare a ridere del "nonno che morde", oppure possiamo chiederci perché siamo arrivati a questo punto di odio reciproco.
Ma davvero vogliamo che l'unica interazione possibile tra chi vive il territorio e chi lo amministra sia un inseguimento a motore?