Il fatto

A Erbusco si è tenuto l'Innovation Workshop, un evento dedicato alla digitalizzazione e alle nuove tecnologie per le imprese e il territorio. In pratica, un gruppo di esperti e manager si è riunito per discutere di come "modernizzare" il modo di fare business e gestire i servizi.

La storia

Immaginate la scena. Siete voi, il solito martedì mattina, magari state cercando di capire come cavolo fare per non far saltare la luce se accendete il forno e la lavatrice insieme, o state combattendo con un modulo online dell'INPS che non carica nemmeno se pregate in aramaico. Intanto, a pochi chilometri da casa vostra, in una sala climatizzata con il caffè buono e i tablet nuovi di zecca, c'è gente che parla di "ecosistemi digitali" e "transizione 4.0".

È la solita storia bresciana: da una parte c'è chi lavora sodo, chi ha le mani sporche di grasso o di terra, chi deve far quadrare i conti a fine mese con i prezzi che salgono. Dall'altra c'è chi organizza "workshop". Hai capito bene: workshop. Perché ormai non si può più fare una riunione, non si può più fare un incontro. Deve essere per forza un workshop, perché suona più moderno, più internazionale, più... costoso.

Il problema non è l'innovazione in sé. Certo che stare al palo non serve a niente. Il problema è che queste cose sembrano fatte apposta per essere incomprensibili a chi non ha una laurea in "management dell'innovazione". Ti dicono che il futuro è digitale, ma poi quando vai in posta o in comune ti dicono che "il sistema è bloccato". Non è normale che l'innovazione sia un club esclusivo per pochi eletti, mentre per tutti gli altri resta solo la frustrazione di non capire dove stia andando a finire il mondo.

Chi paga, chi incassa

Ma veniamo al punto, perché te lo spiego io come funziona questa giostra. Quando si organizza un evento del genere, qualcuno deve pagare. E non parlo solo di soldi, che ci sono sempre (fondi europei, contributi, sponsorizzazioni che girano tra amici), ma parlo di tempo e di attenzione. Ci tocca ancora una volta fare da spettatori di un film di cui non abbiamo scritto il copione.

Chi incassa? Incassano i consulenti. Quelli che arrivano con le slide colorate a spiegare a un imprenditore di Erbusco — che magari ha costruito un'azienda partendo da un garage e che conosce ogni singolo bullone della sua fabbrica — che ora deve "digitalizzare i processi". Gli spiegano che serve un software che costa migliaia di euro, che richiede un tecnico per essere gestito e che, alla fine, serve più a fare i report per le banche che a produrre meglio un pezzo di ferro.

Qualcuno ha già deciso per noi che l'unico modo per sopravvivere sia questo. Ci dicono che se non diventi "smart" sei fuori dal mercato. Ma chi decide cos'è "smart"? Chi decide che l'innovazione sia un software e non, che ne so, un contratto di lavoro più dignitoso o un servizio di trasporti che funzioni davvero tra i paesi della Franciacorta senza dover per forza avere l'auto?

Eppure basterebbe chiedere. Basterebbe fare un workshop dove l'esperto non parla per due ore, ma ascolta per due ore chi quel territorio lo vive ogni giorno. Invece si preferisce l'approccio "dall'alto": io so, tu non sai, quindi io ti vendo la soluzione. È un giro di soldi che non scende mai verso il basso. I fondi per l'innovazione arrivano, passano per le agenzie di consulenza, vengono spesi in corsi di formazione che non servono a nulla e arrivano all'imprenditore sotto forma di un debito o di una complicazione burocratica in più.

Ancora noi a fare da cavie. Ci vendono l'idea che l'innovazione sia un regalo, un'opportunità. Ma se l'opportunità è solo per chi sa parlare il linguaggio dei "workshop", allora non è innovazione, è solo un modo nuovo per escludere chi non fa parte del giro. È l'ennesimo modo per dire: "Voi continuate a lavorare, che al pensare al futuro ci pensiamo noi (e ci guadagniamo sopra)".

Non è che siamo contrari al progresso. Siamo contrari a un progresso che sembra fatto per rendere le cose più complicate invece che più semplici. Se l'innovazione non serve a far spendere meno di luce a una famiglia di Erbusco, o a far arrivare il medico a casa di un anziano più velocemente, allora è solo un esercizio di stile per chi ha troppo tempo libero e troppa voglia di sentirsi importante.

E allora?

Quindi, dopo l'Innovation Workshop, cosa cambia concretamente per chi vive e lavora a Erbusco? Cambia il colore di una slide o cambia la vita della gente? La domanda è semplice: l'innovazione deve servire a chi produce o a chi spiega come si produce?

[og_title]Innovation Workshop a Erbusco: a chi serve? [og_description]Paragoni e digitalizzazione a Erbusco. Ma mentre i consulenti parlano di futuro, noi restiamo a pagare il conto. [twitter_title]Innovation Workshop a Erbusco: innovazione o business per pochi? [twitter_description]A Erbusco si parla di innovazione e digitalizzazione. Ma chi decide per noi? E chi incassa davvero i fondi per questi "workshop"? #Erbusco #Brescia #Innovazione [image_prompt]A realistic photojournalistic shot of a dusty industrial workshop in Brescia, with an older worker in blue overalls looking skeptically at a modern tablet held by a young man in a suit. Natural lighting, authentic Italian provincial atmosphere. [tags]Erbusco, innovazione, digitalizzazione, economia locale, Franciacorta[/tags] [category]economia[/category]