Il fatto

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parlando a degli studenti di giornalismo, ha citato un messaggio del Papa contro l'autoesaltazione. Ha spiegato che il potere può "inebriare" e che l'unico antidoto, oltre alle leggi, è l'autoironia e la coscienza personale.

La storia

Te lo spiego io come funziona questa storia, perché a Roma parlano di "inebriamento" ma noi qui a Brescia lo vediamo ogni giorno. Pensa a quando vai in Comune o in qualche ufficio pubblico per risolvere una pratica che ti serve per lavorare o per sistemare casa. Ti trovi davanti a qualcuno che, magari non ha nemmeno un ruolo di vertice, ma che si sente il padrone del mondo perché ha in mano un timbro o un modulo.

È quella sensazione di quando ti dicono "non si può fare" senza spiegarti il perché, o quando ti fanno sentire un numero insignificante solo perché loro, in quel momento, decidono il tuo destino. Non serve essere il Presidente della Repubblica per sentirsi superiori; basta un ufficio con la porta chiusa e un pizzico di quella "autoesaltazione" di cui parla il Papa. In città lo chiamiamo in modo più semplice: fare i fenomeni.

L'autoironia di cui parla Mattarella? Non è normale che sia diventata un'eccezione. Se provi a fare una battuta su quanto sia assurdo un certo regolamento, spesso ti guardano male. Perché chi è "inebriato" dal potere, anche quello piccolo piccolo, non ride di se stesso. Al contrario, pretende che tu stia zitto e aspetti il tuo turno, mentre loro si godono il privilegio di decidere per te.

Chi paga, chi incassa

Ma veniamo al punto: in questo gioco dell'autoesaltazione, chi paga e chi incassa?

Incassano quelli che usano il potere come un trofeo. Non parlo di soldi, ma di quel piacere perverso di sentirsi indispensabili. Incassa chi decide i tempi di un cantiere che blocca una strada per mesi senza un motivo valido, chi firma delibere che cambiano la vita di un quartiere senza aver mai camminato in quelle vie, chi gestisce i servizi pubblici come se fossero il giardino di casa sua.

Ci tocca, ancora una volta, pagare il conto di questa mancanza di umiltà. Paghiamo con il tempo perso in coda, con lo stress di non sapere perché una pratica è ferma, con la frustrazione di vedere che qualcuno ha già deciso per noi senza chiederci cosa ci servisse davvero. Paghiamo con la qualità della nostra vita quotidiana.

Il conflitto è qui: da una parte c'è chi siede in una poltrona e si sente investito di una missione divina (o amministrativa), dall'altra ci siamo noi, che chiediamo solo che le cose funzionino. E mentre i "potenti" si perdono nell'autoesaltazione, il cittadino comune diventa l'ostacolo, il fastidio, colui che "complica le cose" chiedendo trasparenza.

Hai capito bene: l'autoesaltazione non è solo un peccato morale o un rischio psicologico di cui discutere in un salone del Quirinale. È un costo economico e sociale. Ogni volta che un dirigente o un funzionario si sente "troppo grande" per ascoltare chi sta sotto, il servizio peggiora, l'efficienza cala e il cittadino paga con le tasse e con i nervi.

Eppure basterebbe che queste persone applicassero quel pizzico di autoironia suggerito dal Presidente. Basterebbe che si guardassero allo specchio e capissero che quel ruolo che ricoprono è temporaneo, che sono lì per servire la comunità e non per farsi servire. Ma è più facile inebriarsi di potere che ammettere di essere umani, fallibili e, a volte, semplicemente fuori strada.

E allora?

È bello che il Papa e il Presidente ci ricordino l'importanza dell'umiltà, ma le parole non bastano se chi decide a Brescia e provincia continua a sentirsi intoccabile. Ma noi, quanto siamo disposti a tollerare ancora questi "fenomeni" che decidono della nostra vita senza mai chiedere scusa?

[twitter_description]Mattarella e il Papa contro l'autoesaltazione. Ma a Brescia l'arroganza di chi decide è quotidiana. Chi incassa e chi paga? #Brescia #BastaCosì #Potere [image_prompt]A realistic photojournalistic shot of a frustrated middle-aged Italian man standing in a grey, bureaucratic public office in Brescia, facing a closed glass window with a "closed" sign, blurry office interior in the background, natural cold lighting.