Il fatto
Un pensionato di Brescia è stato vittima di una truffa orchestrata da un individuo che si è spacciato per un carabiniere. Il malintenzionato ha convinto l'anziano a consegnargli una somma di denaro, che fortunatamente è stata recuperata. Ci sono due denunce depositate, ma il meccanismo del raggiro è ormai un classico che si ripete.
La storia
Immaginate la scena. Siete a casa, magari state prendendo il caffè o sistemando le piante in balcone, e vi arriva una chiamata o un visitatore che dice di essere "della forza pubblica". Per un uomo che ha lavorato una vita intera, che ha rispettato le regole e che ha sempre visto nell'uniforme il simbolo della sicurezza, non è possibile dire di no. Hai capito bene: non è che l'anziano sia ingenuo, è che è stato educato a fidarsi di chi rappresenta lo Stato.
Il truffatore non usa la forza, usa la psicologia. Ti mette ansia, ti dice che c'è un problema, che bisogna fare una procedura rapida, che "è per il suo bene". In un attimo, la tua casa, che dovrebbe essere il posto più sicuro del mondo, diventa il teatro di un furto legale, perché tu stesso consegni i soldi pensando di fare la cosa giusta. È una violenza silenziosa, che non lascia lividi ma che ti toglie il sonno per settimane.
A Brescia succede spesso. Basta fare un giro per i quartieri popolari o per le zone più tranquille della provincia e sentirai qualcuno raccontare di quella telefonata sospetta o di quel "consulente" che prometteva miracoli. Siamo diventati il terreno di caccia preferito di chi sa che i nostri vecchi sono soli e che, purtroppo, sono gli unici a rispondere ancora al citofono con un sorriso.
Chi paga, chi incassa
In questo caso i soldi sono tornati indietro, e meno male, perché a quell'età una perdita del genere significa rinunciare alle medicine, alla manutenzione della caldaia o a un regalo per i nipoti. Ma chi paga davvero in questa storia? Paga la fiducia. Paga l'idea che se qualcuno si presenta con un grado o una divisa, allora sia lì per aiutarci. Ci tocca vivere con l'idea che ogni volta che suona il campanello dobbiamo chiederci se chi sta dall'altra parte voglia aiutarci o spogliarci.
Poi c'è chi incassa. Non parlo solo dei due denunciati, che probabilmente sono solo i bracci esecutivi di qualcosa di più grande. Parlo di chi trae profitto dalla solitudine dei nostri pensionati. C'è un mercato della paura, un sistema che studia esattamente come colpire chi non sa usare lo smartphone per controllare l'identità di chi lo chiama, chi non sa che un carabiniere vero non ti chiede mai soldi in contanti a domicilio per "metterli al sicuro".
Te lo spiego io: qualcuno ha già deciso per noi che la prevenzione non è prioritaria. Ci dicono che le forze dell'ordine sono impegnate, che mancano i mezzi, che bisogna "fare attenzione". Ma è normale che sia il cittadino, magari un ottantenne che vive solo, a dover diventare un esperto di sicurezza informatica e di psicologia criminale per non farsi derubare in salotto?
Il conflitto qui è tra chi ha il potere di proteggere e chi, di fatto, lascia che i predatori girino per le nostre strade con una divisa finta. Se i truffatori sanno esattamente dove colpire e come fare, significa che hanno studiato le nostre falle. E mentre noi continuiamo a leggere le notizie di "denunce depositate", i malintenzionati ridono perché sanno che, per ogni pensionato che recupera i soldi, ce ne saranno altri dieci che avranno troppa vergogna per denunciare di essere stati raggirati.
Eppure basterebbe un sistema di allerta reale, un contatto diretto tra comuni e servizi sociali per avvisare i più fragili, una campagna di informazione che non sia un volantino polveroso in un ufficio postale, ma un discorso fatto guardandosi negli occhi. Invece preferiamo gestire l'emergenza dopo che il danno è stato fatto, sperando che il denaro venga recuperato per poter scrivere il titolo del giornale.
E allora?
Siamo contenti che i soldi siano tornati? Certo che sì. Ma non possiamo far finta che questa sia una vittoria. La vittoria sarebbe non dover più temere che un "carabiniere" bussi alla nostra porta per rubarci i risparmi di una vita.
La domanda è semplice: vogliamo continuare a vivere in una città dove l'unico modo per essere sicuri è non fidarsi di nessuno, nemmeno di chi indossa l'uniforme? O è arrivato il momento di pretendere che la protezione dei più deboli non sia un optional, ma il lavoro principale di chi decide per noi?