Il fatto

Il Comune di Lavenone cerca un gestore per il bar della piazza in Via Nazionale. Offrono il canone a zero e un rimborso spese fino a 13mila euro l'anno per coprire bollette, pulizie e sfalcio dell'erba. In cambio, il gestore deve accettare orari fissi, prezzi calmierati e l'obbligo di organizzare eventi culturali.

La storia

Immaginate la scena. Siete un bresciano che ha voglia di mettersi in proprio, magari avete un po' di risparmi e tanta voglia di fare. Vedete l'annuncio: "Ti diamo il locale gratis e ti paghiamo pure le bollette". Sembra l'affare della vita, no? Ti vedi già lì, a servire il caffè ai pensionati e a fare due chiacchiere con chi passa davanti alla biblioteca. Ti senti quasi fortunato che qualcuno, finalmente, voglia investire sul territorio invece di lasciare tutto a marcire.

Poi, però, inizi a leggere le clausole. Leggi bene, perché hai capito bene: non sei il proprietario del tuo business, sei quasi un dipendente comunale senza contratto, ma con tutte le responsabilità. Devi rispondere entro 24 ore se il Comune decide che deve esserci un evento. Devi tagliare l'erba, pulire la sala conferenze e persino comprare i giornali. Praticamente, più che un barista, cercano un tuttofare che sappia fare anche il giardiniere e l'animatore socio-culturale.

È la classica storia di chi pensa che basti "offrire qualcosa" per risolvere un problema che dura da anni. Il locale è chiuso da troppo tempo, la piazza è spenta, e ora arrivano con un bando che sembra un regalo, ma che in realtà è una trappola di obblighi. Perché, diciamocelo, chi è che oggi apre un bar sapendo che non può decidere nemmeno quanto far pagare un cappuccino senza chiedere il permesso al Comune entro il 30 giugno?

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Te lo spiego io come funziona questo giro. Il Comune vuole "rilanciare" la piazza, vuole che ci sia vita, vuole che gli anziani e i bambini abbiano un posto dove stare. Obiettivi nobili? Certo. Ma chi è che decide come deve funzionare questo posto? Qualcuno ha già deciso per noi che il bar deve essere un "centro di aggregazione polifunzionale". Parole difficili per dire che il gestore deve fare tutto quello che dicono loro, ma con i soldi suoi (o quasi).

Parliamo di numeri. 13mila euro l'anno. Sembrano tanti, ma facciamo i conti come facciamo a casa. 6mila per il canone (che comunque non sono un guadagno, sono un rimborso), 1.500 per la luce, 1.000 per il gas, 500 per l'acqua. Siamo già a 9mila euro che se ne vanno solo per tenere accesa la lampadina e non far ghiacciare i tubi. Restano 4mila euro per pulizie, sfalcio dell'erba e giornali. Ma vi rendete conto? Il gestore deve fare il giardiniere della piazza e il custode della sala conferenze per poche migliaia di euro l'anno.

E poi c'è la mazzata finale: il "listino calmierato". In pratica, il Comune ti dice: "Ti do il locale, ma non puoi guadagnare troppo perché deve essere un servizio pubblico". Ma allora, scusate, se non posso decidere i prezzi, se devo tenere aperto in orari fissi (anche se non entra anima viva) e se devo saltare sul divano ogni volta che il Comune vuole fare un "evento culturale", dove sta il profitto? Dove sta l'impresa?

In realtà, chi incassa qui è l'amministrazione che può dire: "Abbiamo riaperto il bar, abbiamo creato un centro sociale". Il costo per loro è minimo, il rischio è tutto sulle spalle del gestore. Se il bar va male, il gestore fallisce. Se il bar va bene, il Comune si prende il merito della "vivacità della piazza". Non è normale che per riaprire un servizio essenziale si debba creare un sistema dove chi lavora è praticamente un ostaggio di un bando.

Ci tocca ancora vedere queste soluzioni "creative". Invece di creare condizioni di mercato sane, dove un imprenditore locale può investire e crescere, si inventano questi ibridi tra un bar e un centro assistenza sociale. Ancora noi a chiederci perché i giovani non aprono attività nei nostri paesi: beh, se l'unica offerta è "fai il barista, il giardiniere e l'animatore, ma i prezzi li decido io", la risposta è ovvia.

Eppure basterebbe un po' di buon senso. Basterebbe dare un incentivo vero, magari una detassazione o un aiuto all'avvio, ma lasciando che chi gestisce il locale sia libero di gestirlo. Invece preferiscono il controllo totale. Vogliono il report sulle presenze, vogliono decidere i giorni di apertura, vogliono che tu sia disponibile h24. Non stanno cercando un gestore, stanno cercando un volontario a cui dare qualche spicciolo per non farlo sentire troppo sfruttato.

E allora?

Siamo davvero arrivati al punto in cui per avere un caffè in piazza dobbiamo accettare un contratto che sembra un regolamento condominiale scritto da un burocrate incazzato? Chi sarà il folle che firmerà questo bando pensando di farcela?

La domanda è semplice: vogliamo davvero dei servizi "pubblici" gestiti da persone che sono più preoccupate di tagliare l'erba per non perdere il rimborso che di fare un buon caffè e far stare bene la gente?