Il fatto
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a Nicole Minetti. La decisione è arrivata per permetterle di assistere un minore in difficoltà. Fine della storia, o almeno così vorrebbero loro.
La storia
Immaginate la scena. Siete in coda alla posta, o magari state aspettando l'autobus che non passa mai in via Cavour, e sentite questa notizia al cellulare. "Grazia concessa". Una parola che sembra uscita da un libro di storia o da un film in costume, ma che oggi diventa realtà per una persona che ha vissuto sotto i riflettori, tra lussuosi salotti e processi che hanno fatto il giro del mondo.
Mentre noi bresciani ci svegliamo alle sei di mattina, combattendo con il traffico della tangenziale o cercando di capire come arrivare a fine mese con le bollette che continuano a salire, scopriamo che esiste un "bottone magico". Un potere che può cancellare una condanna, saltare i passaggi normali della legge e aprire le porte della cella con un colpo di penna. Hai capito bene: per alcuni la legge è un muro insormontabile, per altri è un suggerimento che può essere ignorato se le circostanze sono quelle giuste.
Certo, c'è di mezzo un minore. C'è una difficoltà familiare. Ma provate a chiedere a una madre single di Brescia che lavora in un magazzino e non ha i soldi per l'asilo, o a un padre che non riesce a trovare un lavoro dignitoso per mantenere i figli, se a loro qualcuno ha mai offerto una "grazia" per alleggerire il peso della loro esistenza. No, a loro non arriva nessuna lettera dal Quirinale. A loro arriva l'avviso di pagamento della TARI o la lettera di licenziamento.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. Qualcuno ha già deciso per noi cosa sia giusto e cosa no. La grazia è un atto sovrano, un potere che sta in cima alla piramide. Chi sta in cima decide chi merita una seconda possibilità e chi invece deve continuare a pagare il prezzo delle proprie azioni, o semplicemente il prezzo della propria sfortuna. Te lo spiego io: non è una questione di chi ha fatto cosa, ma di chi ha i contatti giusti, di chi ha una storia che "interessa" al potere, di chi sa come muovere le carte nel modo corretto.
Chi incassa in questa storia? Incassano quelli che gestiscono l'immagine della giustizia. Vogliono farci credere che il sistema sia umano, che ci sia spazio per la clemenza. Ma la clemenza è un lusso che non tutti possono permettersi. Se sei un personaggio pubblico, se hai avuto accesso a avvocati che costano quanto un appartamento in centro a Brescia, la tua "difficoltà" diventa un caso umanitario degno di nota. Se sei un operaio che ha commesso un errore per disperazione, la tua difficoltà è solo un dettaglio nel fascicolo del giudice.
Ci tocca accettare che esista una giustizia a due velocità. Da una parte quella lenta, burocratica, spietata, che ti massacra di scartoffie e ti lascia solo a gestire i tuoi problemi familiari. Dall'altra quella rapida, quasi magica, che interviene quando il profilo della persona è abbastanza alto da giustificare un'eccezione. Non è normale che la "umanità" della legge si manifesti in modo così selettivo.
Eppure basterebbe che queste stesse attenzioni, questa stessa sensibilità verso i minori in difficoltà e le situazioni familiari disperate, venissero applicate a tutti. Perché i minori in difficoltà a Brescia sono migliaia. Ci sono ragazzi che vivono in case fatiscenti, ragazzi che non hanno un supporto educativo, famiglie che stanno crollando sotto il peso dei debiti. Dove sono le grazie per loro? Dove sono i decreti che cancellano le pene di chi è finito in trappola perché non aveva nessuno che potesse parlare al nome del Presidente?
Invece no. Ancora noi, i cittadini comuni, restiamo a guardare mentre i privilegiati vengono "salvati". La grazia diventa così non un atto di misericordia, ma un ulteriore simbolo di quanto siamo lontani da un sistema dove tutti sono uguali. Chi paga è la fiducia di chi crede che la legge sia la stessa per tutti. Chi incassa è l'idea che, se sei abbastanza importante, c'è sempre una via d'uscita.
E allora?
Siamo davvero convinti che l'assistenza a un minore sia un motivo valido per saltare la coda della giustizia solo per chi ha i giusti agganci? Se l'umanità deve essere il criterio, perché non applicarla a ogni singolo detenuto che ha un figlio che piange per lui, senza guardare al cognome o alla fama?
Vogliamo continuare a credere che siamo tutti uguali davanti alla legge, o abbiamo finalmente il coraggio di ammettere che per alcuni il muro è di carta e per noi è di cemento armato?