Il fatto

Giovedì 16 aprile, alle ore 20, al Csa Magazzino 47 di via Industriale, si tiene un incontro pubblico organizzato dal Coordinamento Palestina di Brescia. L'evento prevede le testimonianze dirette di Fabian Odeh, cittadino italopalestinese, e di Elisabetta Valenti, attivista appena rientrata dalla West Bank.

La storia

Immaginate la scena. Siete al bar, magari in zona via Porto o in un centro commerciale della periferia, e sentite parlare di Gaza. Sentite parole difficili, termini tecnici, analisi geopolitiche che sembrano scritte da qualcuno che non ha mai visto un grammo di polvere in vita sua. Te lo spiego io: è il modo più semplice per farci sentire lontani, per farci credere che quello che succede a migliaia di chilometri sia solo un "problema di là", una partita a scacchi tra grandi potenze dove noi siamo solo spettatori passivi.

Poi però c'è chi decide di non stare a guardare il monitor. C'è chi, come Fabian, vive tra Ramallah e Brescia, portando nel sangue e nella pelle due mondi che sembrano opposti ma che, in fondo, condividono la stessa voglia di dignità. E c'è chi, come Elisabetta, è partita per la West Bank e ne è tornata con gli occhi pieni di cose che non troverete mai in un comunicato ufficiale della prefettura o in un servizio di tre minuti tra una pubblicità di detersivi e il meteo.

Andare al Magazzino 47 non è solo andare a un "evento". È fare un salto fuori dalla bolla. È decidere che, invece di farsi dire cosa pensare da chi sta comodamente seduto in uno studio televisivo a Milano o a Roma, è meglio ascoltare chi ha visto le case rase al suolo, chi ha sentito l'odore della polvere e chi ha visto con i propri occhi cosa significa che ti rubano la terra mentre ci sei ancora sopra.

Chi paga, chi incassa

Ma veniamo al punto, perché qui il conflitto non è solo a Gaza, è anche nel modo in cui ci informiamo. Chi decide cosa dobbiamo sapere? Qualcuno ha già deciso per noi che certe storie sono "troppo complicate" o "troppo scomode" per essere raccontate senza filtri. Ci vendono una versione sterilizzata della realtà, una versione che non fa fare domande scomode, che non ci fa sentire a disagio mentre facciamo la spesa al supermercato.

Hai capito bene: il vero potere non è solo chi spara i missili, ma chi controlla il racconto. Chi incassa in questo gioco è chi mantiene lo status quo, chi vuole che noi restiamo chiusi nelle nostre case a pensare che "tanto non possiamo fare nulla". Ci dicono che è una questione di politica internazionale, quando in realtà è una questione di persone che vengono cancellate dalla mappa. Non è normale che per sapere cosa succede davvero in Cisgiordania o a Gaza dobbiamo andare in un centro sociale in via Industriale, quasi come se stessimo facendo qualcosa di clandestino.

Eppure basterebbe avere il coraggio di dare spazio a chi torna da quelle terre senza aggiungere commenti "equilibrati" che servono solo a confondere le idee. Invece ci tocca arrangiarci. Ci tocca cercare i piccoli spazi, le voci indipendenti, i coordinamenti di cittadini che non aspettano l'invito ufficiale per parlare di violenze, aggressioni e detenzioni arbitrarie. Ancora noi, i cittadini comuni, a dover fare il lavoro di ricerca che dovrebbe essere il minimo sindacale di un'informazione onesta.

Chi paga il prezzo più alto? Ovviamente chi sta là, tra le macerie. Ma paghiamo anche noi, qui a Brescia, ogni volta che accettiamo di essere nutriti con mezze verità. Paghiamo in termini di coscienza, di consapevolezza. Quando permettiamo che la narrazione sia gestita solo da chi ha interessi economici o strategici in quelle zone, stiamo accettando di essere trattati come bambini a cui si racconta una favola della buonanotte per non farli svegliare.

Il conflitto è questo: da una parte c'è chi gestisce l'informazione come se fosse un prodotto da scaffale, pulito e confezionato; dall'altra c'è la realtà cruda di chi subisce furti di terre e violenze quotidiane. E in mezzo ci siamo noi, che dobbiamo decidere se continuare a guardare il soffitto o se andare a sentire chi ha il coraggio di raccontare la verità senza filtri.

E allora?

L'ingresso è gratuito, dicono. Ma la domanda è: quanto ci costa restare ignoranti? Quanto ci costa continuare a credere che quello che succede a Gaza non ci riguardi, mentre il mondo intero sta cambiando sotto i nostri piedi?

Ci vediamo giovedì 16 alle 20. O preferite aspettare che qualcuno vi spieghi, con le parole giuste, perché è stato necessario che tutto questo accadesse?