Il fatto

Un diciottenne bresciano e un diciassettenne milanese sono saliti sul tetto del Duomo di Como per far volare un drone e fare riprese dall'alto. Sono stati beccati da una turista, sono scappati prima dell'arrivo della polizia, ma sono stati risaliti grazie alle telecamere e ai loro stessi video. Risultato: denunce per violazione di domicilio e procurato allarme.

La storia

Immaginate la scena. Domenica mattina, il centro di Como che si sveglia, e lassù, tra le guglie e le lastre del Duomo, due ragazzini che camminano a pochi centimetri dal vuoto. Non per un lavoro di manutenzione, non perché fossero esperti scalatori, ma per l'unico motivo che oggi sembra giustificare tutto: fare un video che faccia scena sui social.

C'è chi dice che siano "giovani", che abbiano "voglia di adrenalina". Ma te lo spiego io: quando cammini sul tetto di una cattedrale, non stai facendo sport, stai mettendo a rischio la tua pelle e quella di chiunque debba venire a recuperarti se scivoli. E mentre loro si sentivano i re del mondo con il drone tra le mani, sotto c'era una turista polacca che, giustamente, è andata nel panico vedendo due ombre muoversi pericolosamente sopra la testa della gente.

Il bello è che questi due "geni" non sono nuovi al gioco: erano già noti alle forze dell'ordine. Hanno pensato di fare i furbi, di sparire nel nulla prima che arrivassero le Volanti e la Digos, convinti che in una città che non è la loro nessuno avrebbe saputo chi fossero. Hai capito bene: hanno usato la tecnologia per infrangere la legge, e poi hanno usato la stessa tecnologia per consegnarsi su un piatto d'argento.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto che non viene mai scritto nei trafiletti di cronaca, ma che è quello che scotta davvero. Quando due ragazzi decidono di fare i "fenomeni" sul tetto di un monumento, chi è che paga il conto? Ci tocca ancora a noi.

Pensate a tutto l'ingranaggio che si è messo in moto: una turista che chiama, le pattuglie delle Volanti che devono lasciare altri servizi per correre in centro, la Digos, la polizia scientifica, le ore di lavoro di chi deve spulciare le telecamere di sorveglianza per ricostruire i passi di due ragazzini annoiati. Tutto questo mentre, magari, in un'altra via, qualcuno aspettava un intervento per un furto o per un'emergenza vera.

Qualcuno ha già deciso per noi che questo comportamento è "una ragazzata". Ma non è normale che per un capriccio digitale si debba mobilitare mezza questura. Eppure basterebbe un minimo di testa per capire che un monumento non è un parco giochi e che il tempo degli agenti di polizia non è a disposizione di chi vuole fare il regista di un video di trenta secondi.

E poi c'è la questione del rischio. Se uno di questi due scivola, chi interviene? Arrivano i Vigili del Fuoco, arrivano le ambulanze, si blocca il centro storico, si crea il caos. E chi paga l'intervento? Chi paga l'ambulanza? Sempre noi, i contribuenti, a finanziare l'incoscienza di chi pensa che il mondo sia un set cinematografico privato.

La cosa più assurda è che non è la prima volta. Già nel 2022 cinque ragazzi avevano fatto la stessa cosa. Significa che il messaggio non passa, o che ormai siamo arrivati a un punto in cui l'attenzione di un "like" vale più del rispetto per un luogo pubblico e per la sicurezza altrui. Qualcuno decide che è normale, ma a me sembra solo una mancanza totale di educazione.

I ragazzi sono stati denunciati a piede libero. Un "grazie" alla Procura di Como e a quella di Milano, ma restano i fatti: due persone che hanno usato le risorse della comunità per soddisfare il proprio ego, lasciando a tutti gli altri il compito di gestire il casino che hanno creato.

E allora?

Ma quindi, dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo dove i monumenti diventano palestre per droni e i servizi di emergenza diventano il servizio di sicurezza per chi vuole fare il video "virale"?

Fino a quando continueremo a pagare per l'incoscienza di chi non ha idea di cosa sia il rispetto per il bene comune?