Il fatto
A Nave, i carabinieri hanno arrestato un uomo di 49 anni, regolare in Italia ma già noto per spaccio. Lo hanno beccato in un parco pubblico con 11 grammi di cocaina: una dose in tasca e il resto nascosto strategicamente tra le siepi, insieme a materiale per il confezionamento e una mazza da baseball in auto.
La storia
Immaginate la scena. È un pomeriggio qualunque a Nave. C'è chi porta il cane a spasso, chi spinge il passeggino, chi magari si siede un momento su una panchina per staccare dal lavoro. Luoghi che dovrebbero essere l'ultima cosa a farci venire l'ansia, posti dove i nostri figli dovrebbero poter correre senza che noi dobbiamo stare con l'antenna radar accesa a controllare chi c'è dietro ogni cespuglio.
E invece, hai capito bene: mentre tu pensi che il parco sia un posto tranquillo, a due metri da te, nascosta in una siepe curata, c'è la droga. Non parliamo di qualche sigaretta di marijuana passata tra ragazzi, ma di cocaina, confezionata e pronta per essere venduta. E per sicurezza, il nostro "commerciante" non si è dimenticato la mazza da baseball nel bagagliaio. Perché quando il business è questo, la gentilezza non è esattamente l'obiettivo principale.
È la solita storia che si ripete in ogni angolo della provincia. Ti dicono che tutto è sotto controllo, che le zone residenziali sono sicure, e poi scopri che il parco pubblico, quello dove porti i bambini, è diventato un bancone di vendita al dettaglio. Non è normale che per andare a fare due passi nel verde si debba rischiare di incrociare chi usa le aiuole come magazzino.
Chi paga, chi incassa
Qui sta il punto. Te lo spiego io come funziona. C'è chi incassa i soldi sporchi, chi organizza il giro e chi, alla fine, decide che Nave è il posto perfetto per fare affari perché magari è considerato "tranquillo" e quindi meno sorvegliato. Questi individui non hanno alcun rispetto per il territorio, per chi ci vive e per chi quel parco lo pulisce ogni mattina.
Ma chi paga davvero? Non sono solo quelli che comprano la dose, che in fondo sono parte del problema. Paghiamo noi. Paghiamo noi con la perdita della serenità. Paghiamo noi quando dobbiamo iniziare a guardare con sospetto chiunque si aggiri troppo a lungo vicino a una siepe. Paghiamo noi con la degradazione di spazi che sono di tutti, ma che diventano proprietà privata di chi ha la mazza più grossa o il prodotto più richiesto.
Qualcuno ha già deciso per noi che certi luoghi sono "sacrificabili". Ci dicono che è un fenomeno isolato, che l'arresto è un successo. Certo, i carabinieri hanno fatto il loro lavoro, ma ancora noi ci troviamo a leggere queste notizie e a chiederci perché sia diventato così facile trasformare un'aiuola in un deposito di stupefacenti.
Il conflitto è semplice: da una parte c'è chi vede il nostro comune come un mercato aperto 24 ore su 24, dall'altra ci siamo noi che vorremmo solo che un parco pubblico servisse a respirare, non a spacciare. E mentre i "pezzi grossi" restano nell'ombra, a noi tocca gestire la paura di trovare un blister di cocaina mentre cerchiamo di far giocare i bambini.
Eppure basterebbe un controllo costante, una presenza che non sia solo "di reazione" dopo che il danno è fatto, ma una cura del territorio che faccia capire a questi soggetti che qui non sono i benvenuti. Invece sembra che si aspetti sempre che qualcuno venga beccato con la refurtiva in mano per dire che "la situazione è sotto controllo". Ma quale controllo, se il magazzino è sotto il naso di tutti?
E allora?
L'uomo è in manette, l'obbligo di presentazione è scattato. Bene. Ma domani, in quella stessa siepe o in quella accanto, chi ci sarà? Siamo davvero contenti di vivere in posti dove il verde pubblico è diventato un nascondiglio per la droga e la protezione è una mazza da baseball?
Quanto ancora dobbiamo accettare che i nostri spazi comuni vengano usati come discariche di illegalità prima di pretendere che il territorio torni a essere nostro e non di chi incassa i soldi della droga?