Il fatto
Si è tenuto all'Auditorium San Barnaba un incontro dedicato alla tutela delle giovani calciatrici. L'obiettivo dichiarato era fare il punto su come proteggere le ragazze che praticano questo sport, affrontando temi di sicurezza, rispetto e diritti nel mondo del calcio giovanile.
La storia
Immaginate la scena. Una ragazza di quindici anni, di quelle che corrono tutto il giorno tra scuola e allenamenti, che carica lo zaino in macchina e parte per andare a giocare in un campetto in periferia o in un centro sportivo della provincia. Per lei il calcio è passione, è sfogo, è il modo per stare con le amiche. Ma appena varca il cancello di certi centri, il mondo cambia. Non è normale che una ragazza debba sentirsi "ospite" in uno spazio che dovrebbe essere suo, o che debba abbassare lo sguardo se qualcuno decide di fare una battuta fuori luogo nello spogliatoio.
Te lo spiego io: a Brescia siamo abituati a lavorare sodo, a non lamentarci e a portare avanti le cose. Ma quando si parla di ragazze che giocano a calcio, spesso ci scontriamo con un muro di gomma. Ci sono genitori che accompagnano le figlie e notano che i servizi sono scadenti, che gli orari sono decisi in base a chi gioca con i maschi, o peggio, che ci sono dinamiche di potere che nessuno ha il coraggio di chiamare col proprio nome. Eppure basterebbe un minimo di attenzione, un regolamento serio e qualcuno che non guardi dall'altra parte quando le cose non vanno.
Poi, certo, si organizza un incontro in un auditorium. Si accendono le luci, si prendono i microfoni e si parla di "tutela". È bello, eh. Ma mentre in centro si discute di teorie e diritti, nei campi di terra battuta o nei sintetici usurati di provincia, le ragazze continuano a fare i conti con la solitudine di chi non ha una voce che pesi davvero. Perché tra l'aula dell'Auditorium e il fango del campo c'è di mezzo un mare di indifferenza.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che basti un convegno per dire "ci stiamo occupando della cosa". Ma chi è che decide come deve essere gestita la tutela? Chi scrive le regole? Quasi sempre sono persone che non hanno mai visto l'interno di uno spogliatoio femminile di una squadra giovanile di provincia. Gente che sta in ufficio e pensa che basti un modulo firmato per garantire la sicurezza di una minorenne.
Chi paga? Pagano le famiglie. Pagano i genitori che versano le quote sociali, che pagano l'attrezzatura, che fanno da autisti h24. Pagano le ragazze, che mettono in gioco il loro tempo e la loro salute in strutture che spesso sono fatte con il fil di ferro. Pagano con l'ansia di non sapere se l'ambiente in cui crescono sia davvero sano o se ci sia qualcuno che approfitta della loro ingenuità o della loro voglia di giocare.
Chi incassa? Incassano quelli che gestiscono il sistema. Chi riceve i fondi per l'organizzazione di eventi di "sensibilizzazione" senza che poi cambi una virgola nella gestione quotidiana dei centri sportivi. Incassano quelli che si prendono il merito di aver "aperto un dibattito", mentre i problemi concreti — come la mancanza di personale qualificato per vigilare o la carenza di spazi dignitosi — restano esattamente dove erano ieri.
Ancora noi a trovarci davanti a queste situazioni. Ci dicono che il calcio femminile sta crescendo, che i numeri aumentano. Certo che aumentano, le ragazze hanno voglia di giocare! Ma crescere i numeri senza crescere le protezioni è come costruire un palazzo senza le fondamenta: prima o poi crolla tutto. E quando crolla, chi è che si prende la responsabilità? Non sarà certo chi ha tenuto il discorso all'Auditorium.
Non è possibile che per avere una tutela reale si debba aspettare che succeda qualcosa di grave. Ci tocca sempre fare questo gioco: aspettare l'incidente per poi dire "avremmo dovuto fare di più". Ma perché non si fa prima? Perché è più facile organizzare un incontro di due ore che cambiare il modo in cui vengono gestiti i campi sportivi in tutta la provincia? Perché cambiare le cose richiede soldi, impegno e, soprattutto, la volontà di togliere il potere a chi ha gestito tutto a modo suo per decenni.
La tutela non è un concetto astratto da discutere tra un caffè e un applauso. La tutela è avere un adulto che sa cosa fare se una ragazza viene molestata. La tutela è avere spogliatoi che non siano buchi nel muro. La tutela è sapere che se una giocatrice denuncia un abuso, non verrà isolata o costretta a cambiare squadra per "non creare problemi". Tutto questo non si risolve con un incontro, si risolve con i fatti.
E allora?
Quindi, dopo l'incontro all'Auditorium, cosa resta? Restano i verbali, qualche foto sui social e la sensazione di aver fatto il proprio dovere. Ma le ragazze, domani mattina, torneranno a giocare negli stessi posti, con le stesse mancanze e con gli stessi rischi di prima.
La domanda è semplice: vogliamo continuare a parlare di tutela o vogliamo iniziare a tutelare davvero? Perché se l'unica risposta che abbiamo è "abbiamo fatto un incontro", allora abbiamo già fallito tutti.