Il fatto
La cabinovia "imprescindibile" per i Giochi Olimpici, un'opera da 35 milioni di euro, è finita sotto la lente della Corte dei conti. L'organo di controllo sta verificando se i soldi siano stati spesi correttamente e se l'opera avesse davvero senso.
La storia
Immaginate la scena. Siete voi, che vi svegliate ogni mattina, prendete il traffico della tangenziale, combattete con i parcheggi e cercate di far quadrare i conti a fine mese tra bollette che salgono e stipendi che restano fermi. Poi, un giorno, leggete sul giornale che qualcuno ha già deciso per noi che serve una cabinovia. Non una strada nuova, non un ospedale più efficiente, non un autobus che passi ogni dieci minuti, ma una cabinovia. Perché? Perché arrivano le Olimpiadi, dicono. Perché è "imprescindibile".
Hai capito bene: 35 milioni di euro per un impianto che serve a spostare persone in un contesto di festa che dura due settimane. Per il resto dell'anno? Beh, questo non era esattamente il punto centrale della discussione quando hanno firmato gli assegni. A Brescia siamo abituati a lavorare sodo, a costruire cose che servono, a fare le cose concrete. Questa invece sembra l'idea di chi guarda la città da un ufficio climatizzato, lontano dal rumore della strada e dal sudore di chi ci vive davvero.
Te lo spiego io come funziona: quando c'è un grande evento, scatta la febbre della "grande opera". Si smette di pensare a cosa serve al cittadino che deve andare a lavorare o alla mamma che deve portare il figlio a scuola, e si inizia a pensare a come apparire davanti al mondo. Il problema è che, una volta spenti i riflettori e tornate a casa le delegazioni internazionali, la cabinovia resta lì. E noi restiamo qui, a chiederci perché non abbiamo usato quei soldi per qualcosa che ci cambiasse la vita ogni singolo giorno dell'anno.
Chi paga, chi incassa
Qui arriviamo al punto che scotta. Chi paga? La risposta è semplice: ancora noi. Che siano fondi regionali, statali o comunali, quei soldi escono dalle nostre tasche. Ogni euro investito in una cabinovia "di prestigio" è un euro tolto alla manutenzione di un ponte che cade a pezzi, a una scuola con l'intonaco che si stacca o a una lista d'attesa in sanita che è diventata un incubo senza fine. Non è normale che si consideri "imprescindibile" un impianto di risalita mentre ci tocca aspettare mesi per una visita specialistica.
E chi incassa? Beh, le aziende che vincono gli appalti, i consulenti che firmano le perizie "favorevoli", quelli che dicono che l'opera è fondamentale per il prestigio del territorio. Loro incassano subito, con contratti blindati e scadenze urgenti perché "le Olimpiadi non aspettano". Il prestigio, invece, è una parola che usano quelli che non devono preoccuparsi di come pagare l'affitto a fine mese. Per chi vive la città ogni giorno, il prestigio non è una cabina che vola sopra le teste, ma avere servizi che funzionano.
Il conflitto è tutto qui: da una parte c'è chi decide dall'alto, seguendo una logica di immagine e di grandi eventi, e dall'altra c'è chi subisce le conseguenze di queste scelte. Qualcuno ha deciso che 35 milioni fossero un prezzo accettabile per un'operazione di marketing urbano. Ma chi ha chiesto a noi se preferivessimo quella cabinovia o, che ne so, un potenziamento serio dei trasporti pubblici che non ci costringesse a impazzire ogni mattina?
Ora arriva la Corte dei conti e dice: "Aspettate un attimo, ma questi soldi sono stati spesi bene?". Eppure basterebbe un minimo di buon senso per capire che spendere cifre del genere per un'opera legata a un evento temporaneo è un azzardo. Se l'opera è contestata oggi, significa che i dubbi che avevamo noi, i cittadini comuni, erano fondati. Significa che il "prestigio" è stato usato come scusa per saltare i passaggi della razionalità economica.
Il vero problema non è solo se l'opera sia legale o meno, ma se sia stata utile. La Corte dei conti guarda le carte, i numeri, le procedure. Ma chi guarda al valore reale per la comunità? Chi si chiede se quei 35 milioni avrebbero potuto salvare dieci piccoli centri di sanita o sistemare cento strade provinciali? Questo è il vuoto che non riempie nessun modulo amministrativo.
E allora?
Ora aspettiamo i risultati dei controlli, ma la domanda resta: quanti altri "capolavori" da milioni di euro sono stati costruiti sulla nostra pelle mentre noi guardavamo altrove? Siamo davvero contenti di vivere in una città dove l'immagine conta più della sostanza, dove una cabinovia è più urgente della vita quotidiana di migliaia di persone?
Ci tocca ancora chiederlo noi, o qualcuno ha già deciso che non ci interessa sapere dove finiscono i nostri soldi?