Il fatto

La sentenza è arrivata: 14 anni di reclusione per Matias Pascual. L'uomo è stato condannato per l'omicidio avvenuto nella notte di Capodanno, un evento che ha trasformato i festeggiamenti di una città in un incubo di sangue e sirene.

La storia

Provate a ricordarvi quella notte. Mentre noi eravamo lì, tra un bicchiere di spumante e i botti che esplodevano in ogni via di Brescia, qualcuno stava scrivendo una tragedia. Non è stata una scena da film americano, è successo qui, tra noi, in una città dove pensiamo di conoscerci tutti o, almeno, di sapere chi sono i nostri vicini.

Immaginate la scena: l'euforia della festa che improvvisamente si gela. Il rumore di una lite che degenera, un colpo, il silenzio spaventoso che segue e poi le urla. Hai capito bene: mentre noi brindavamo al nuovo anno, una vita veniva spezzata per motivi che, alla fine, non giustificano nemmeno un graffio, figuriamoci un omicidio.

Per mesi abbiamo letto i titoli, sentito i commenti al bar, visto le voltolle della polizia girare per le strade. Ogni volta che passavamo vicino a quel luogo, sentivamo quel peso sullo stomaco. Perché quando succede una cosa del genere a Brescia, non è solo un fatto di cronaca, è come se un pezzo di sicurezza ci venisse strappato via a tutti.

Chi paga, chi incassa

Ora arriva la sentenza e ci dicono che "la giustizia è stata fatta". Te lo spiego io come funziona: 14 anni di carcere sono un numero, un dato tecnico scritto su una carta bollata. Ma chi è che paga davvero in questa storia? Paga la famiglia della vittima, che dovrà svegliarsi ogni mattina per il resto della vita sapendo che il loro caro non tornerà più, a prescindere da quanti anni Pascual passerà in una cella.

Paga anche chi vive in quei quartieri, chi ora guarda con sospetto il vicino di casa, chi si chiede come sia possibile che in una serata di festa si possa arrivare a uccidere. Ancora noi, i cittadini, a dover gestire il trauma di una violenza gratuita che sporca le nostre strade e le nostre piazze.

E chi decide? Qualcuno, in un'aula di tribunale, ha pesato i fatti, ha ascoltato i testimoni e ha deciso che 14 anni sono il prezzo giusto per una vita umana. Ma chi ha deciso che questo prezzo sia sufficiente? Chi ha stabilito che dopo un certo numero di anni il conto sia saldato? Non è normale che ci si trovi a fare i calcoli matematici sopra un cadavere.

Poi c'è l'altra faccia della medaglia: i costi di un processo che dura, le risorse dello Stato che vengono impiegate per anni, le ore di lavoro di avvocati e periti. Tutto questo mentre, fuori dal tribunale, la città continua a camminare con l'amaro in bocca. Ci tocca accettare che la legge faccia il suo corso, ma non ci dicono mai come fare a evitare che queste storie accadano di nuovo.

Qualcuno ha già deciso per noi che questa sentenza "chiuda il caso". Ma un caso non si chiude con un timbro. Si chiude quando smettiamo di essere una città dove una lite di Capodanno può finire con un uomo morto e un altro in manette. Invece, sembra che ci siamo abituati a leggere queste notizie tra un caffè e l'altro, come se fossero inevitabili.

Eppure basterebbe un briciolo di umanità in più, un controllo più attento, una gestione diversa della rabbia. Ma queste cose non finiscono nelle sentenze, non sono scritte nei codici penali. Sono cose che dovremmo imparare noi, ma siamo troppo impegnati a guardare chi incassa i complimenti per aver "risolto" il caso.

E allora?

Quindi, siamo soddisfatti? Abbiamo il colpevole, abbiamo gli anni di carcere, abbiamo la sentenza. Ma a cosa serve tutto questo se l'unica cosa che abbiamo imparato è che la vita può finire in un istante per un capriccio o un errore fatale?

La domanda è semplice: tra dieci anni, quando Pascual uscirà o quando questa storia sarà solo un vecchio articolo di giornale, cosa sarà rimasto di quella notte, oltre a un vuoto che nessuna sentenza potrà mai riempire?