Il fatto

La Biblioteca del Prealpino organizza "Vite in pagina", un ciclo di tre incontri con autrici locali. Il prossimo appuntamento è venerdì 17 aprile alle 16.30 con Santina Bianchini che presenta "Appesa ad un filo", un racconto autobiografico di rinascita. L'ultimo incontro sarà il 22 maggio con Claudia Speziali.

La storia

Immaginate la scena. Una di queste donne, magari una vostra vicina di casa, una che incrociate ogni giorno mentre fate la spesa o aspettate l'autobus, ha passato anni a masticare un dolore che non diceva a nessuno. Ha scritto, ha scavato dentro di sé, ha trasformato una tragedia in un libro per non affogare. Hai capito bene: ha fatto tutto questo da sola, nel silenzio di una cucina o di una stanza, mentre il mondo fuori continuava a correre senza guardarla in faccia.

Poi arriva il momento della presentazione. La biblioteca apre le porte, c'è la giornalista che conduce, qualche sedia disposta in cerchio e quel silenzio reverenziale che si respira in questi posti. È un momento caldo, umano, necessario. Ma appena si chiude la porta della biblioteca di via Colle di Cadibona, che succede? Queste storie tornano a essere "curiosità" o "eventi culturali" per pochi eletti, mentre fuori le donne di Brescia continuano a lottare con le stesse fragilità, spesso senza nemmeno un posto dove poter dire: "Io sto male".

Non è normale che per dare voce a chi è rimasta ai margini della narrazione collettiva serva un "appuntamento in agenda". Dovrebbe essere la normalità ascoltare chi ha sofferto, non un evento a calendario con l'ingresso gratuito. Perché il rischio è che queste "vite in pagina" rimangano esattamente questo: inchiostro su carta, racchiuse in un edificio pubblico, mentre la città continua a ignorare i bisogni di chi non ha avuto la forza o i mezzi per scrivere un libro.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Te lo spiego io: in questi casi non si parla di soldi che passano di mano in mano, ma di un capitale molto più prezioso, ovvero l'attenzione e la dignità. Chi "paga" in questa storia? Pagano le donne. Pagano con la loro vulnerabilità, mettendo a nudo i traumi, la migrazione, il dolore e la resilienza davanti a degli sconosciuti. Mettono in piazza la loro carne viva per "restituire alla comunità pagine di vita autentica".

E chi incassa? Incassa l'istituzione. La biblioteca, il Comune, l'ente organizzatore. Certo, lo fanno con le migliori intenzioni, e il fatto che sia gratuito è un bene. Ma l'effetto finale è che l'istituzione si prende il merito di "dare voce agli invisibili". Qualcuno ha già deciso per noi che il modo corretto di integrare queste storie nella società sia attraverso una rassegna letteraria. È un modo molto pulito, molto ordinato, molto "istituzionale" di gestire il dolore altrui.

Ancora noi a vedere questo schema: si organizza l'evento, si fa la foto, si scrive il comunicato stampa, si dice che "si è data dignità a chi era ai margini". Ma la dignità non si riceve per invito a un pomeriggio in biblioteca. La dignità si ha quando i servizi di assistenza funzionano, quando non devi essere "coraggiosa" per raccontare che sei stata male, quando non devi trasformare la tua fragilità in un libro per essere finalmente ascoltata.

Ci tocca sempre questo compromesso: per essere visti dobbiamo diventare "autori", dobbiamo avere un prodotto, un libro, un progetto in collaborazione con una scuola di comics. Se non scrivi, se non hai un libro da presentare, se sei solo una donna bresciana che ha sofferto e che non sa usare le parole giuste, per il sistema rimani invisibile. Non è normale che l'unico modo per uscire dall'ombra sia passare attraverso un filtro culturale.

Eppure basterebbe molto meno. Basterebbe che queste storie non fossero "eventi", ma parte di un ascolto quotidiano, di una rete di supporto che non aspetti il venerdì pomeriggio alle 16.30 per attivarsi. Invece preferiamo il formato "rassegna", perché è più facile da gestire, non crea problemi e permette a chi organizza di mettere un segno di spunta sulla casella "cultura e inclusione".

E allora?

Andate a questi incontri, per carità. Ascoltate Santina e Claudia, perché le loro parole sono oro e meritano ogni secondo della vostra attenzione. Ma mentre ascoltate, chiedetevi una cosa: cosa succede a tutte le altre donne di Brescia che non hanno scritto un libro? Chi le ascolta loro, quando la biblioteca chiude e le luci si spengono?

Siamo contenti di avere "vite in pagina", ma non vorremmo che diventassero l'unico modo per non dover guardare le "vite in strada"?

[og_description]Presentazioni di libri al Prealpino: un'iniziativa lodevole, ma è sufficiente per dare dignità a chi è rimasto ai margini? [twitter_title]Vite in pagina: cultura o semplice alibi per l'invisibilità? [twitter_description]Donne bresciane raccontano traumi e rinascita in biblioteca. Bellissimo, ma perché dobbiamo scrivere un libro per essere ascoltati dalla città? #Brescia #Prealpino [image_prompt]A realistic photojournalistic shot of an old Italian public library interior, a few empty wooden chairs arranged in a circle, soft natural light coming from a window, a lonely book lying on a table, authentic atmosphere, no text. [tags]Brescia, Biblioteca Prealpino, storie di donne, cultura locale, invisibilità [category]cultura[/category]