Il fatto
A Brescia apre la mostra "Lunaria" di Luca Missoni. Un'esposizione che porta i colori, le trame e l'estetica della celebre famiglia del design e della moda in città, trasformando lo spazio in un'esperienza visiva basata sui riflessi della luna.
La storia
Immaginate la scena. Uscite di casa, magari dopo una giornata passata a combattere con il traffico di via Prealpina o a cercare un parcheggio che non sia a tre chilometri dalla destinazione. Avete i piedi stanchi, la testa piena di bollette e quel senso di oppressione che solo chi vive e lavora a Brescia conosce bene. E poi leggete di questa mostra. Colori eterei, atmosfere lunari, l'eleganza di un nome che nei salotti di Milano e Parigi fa tremare i polsi.
Te lo spiego io: l'arte è bella, non c'è dubbio. Ma c'è un abisso che separa il mondo di Luca Missoni dal mondo di chi, ogni mattina, prende il bus sperando che passi o di chi deve fare i conti con un affitto che mangia metà dello stipendio. Per molti di noi, "i colori della luna" sono quelli che vediamo mentre torniamo a casa a mezzanotte dopo il turno di notte in fabbrica, non quelli appesi in una galleria climatizzata.
Non è che non vogliamo l'arte. È che l'arte, a volte, sembra parlare una lingua che non è la nostra. È come se ci dicessero: "Guardate quanto è bello questo mondo", mentre noi stiamo cercando di capire come arrivare a fine mese senza chiedere un prestito. Non è normale che la cultura diventi un evento per pochi eletti, un modo per sentirsi parte di un'élite mentre il resto della città continua a scricchiolare.
Chi paga, chi incassa
Ma veniamo al punto, quello che scotta. Qualcuno ha già deciso per noi che questo è l'evento culturale dell'anno. Ma chi decide cosa deve arrivare a Brescia? Chi decide che l'investimento debba andare su un nome di grido, su un marchio che è già un impero globale, invece di dare spazio a chi qui, tra le nostre strade, prova a creare qualcosa di nuovo senza avere un cognome che apre tutte le porte?
Ci tocca sempre la solita storia: si punta sul prestigio. Il prestigio è una parola che piace molto a chi organizza, perché attira l'attenzione, attira i fotografi, attira chi ha i soldi per comprare un catalogo costoso. Ma chi incassa davvero da questo giro di prestigio? Non sono certo i ragazzi dei quartieri popolari che non hanno mai messo piede in una mostra perché si sentono fuori posto, o gli artigiani bresciani che lavorano il tessuto in silenzio in un laboratorio polveroso.
Hai capito bene: qui il conflitto è tra l'estetica del lusso e la realtà del quotidiano. Da una parte abbiamo un brand che vende un'immagine di benessere e armonia cromatica; dall'altra abbiamo una città che lotta con l'inquinamento, con i servizi che saltano e con una sanita che ti lascia in lista d'attesa per mesi. Eppure, in mezzo a tutto questo, ci dicono di ammirare i colori della luna. È quasi poetico, se non fosse che la poesia non paga l'affitto.
E poi c'è la questione dello spazio e delle risorse. Ogni volta che si organizza un evento di questo livello, ci sono costi, sponsorizzazioni, accordi sottobanco. Ancora noi, i cittadini comuni, restiamo a guardare mentre si celebra il "genio" di chi è già arrivato in cima. Perché non usare queste risorse per creare centri culturali di quartiere? Perché non portare i colori della luna dove c'è il grigio del cemento e della disperazione, invece di concentrare tutto in un unico punto dove sanno già chi invitare?
Basterebbe un po' di coraggio per smettere di inseguire i nomi famosi e iniziare a guardare in faccia le persone. Ma è più facile invitare un Missoni che risolvere il problema di chi non può permettersi un biglietto o che non si sente "abbastanza colto" per entrare in certi spazi. Il risultato è che l'arte, invece di essere un ponte, diventa un muro. Un muro coloratissimo, certo, ma pur sempre un muro.
E allora?
L'esposizione ci sarà, i colori saranno splendidi e qualcuno ne uscirà rigenerato. Ma a noi resta la domanda: l'arte deve servire a farci sognare un mondo che non esiste o a darci gli strumenti per cambiare quello in cui viviamo? Preferite guardare la luna da una vetrina o volete iniziare a chiedere perché, mentre guardiamo le stelle, qualcuno continua a decidere per noi come dobbiamo spendere il nostro tempo e i nostri soldi?