Il fatto
Luca Missoni espone le sue opere a Brescia, portando i colori e le trame della sua famiglia in una mostra dedicata alla "Lunaria". Parliamo di pezzi di design e arte tessile che arrivano in città per un evento specifico, con prezzi e contesti che non sono esattamente da tutti i giorni.
La storia
Immagina la scena. Tu esci di casa, magari hai passato la giornata a combattere con il traffico di Via Venezia o a cercare un parcheggio che non costi come un affitto mensile. Hai le mani stanche, la testa piena di scadenze e l'unica cosa che vorresti è un po' di bellezza, qualcosa che ti faccia dire "cavolo, che spettacolo", senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Poi senti parlare di questa mostra. I colori della luna, le trame di Missoni, l'eleganza. Eppure basterebbe che queste cose fossero messe in mezzo alla strada, in una piazza, in un cortile di un palazzo popolare, per far capire a tutti che l'arte non è una cosa per chi ha il portafoglio gonfio, ma per chi ha gli occhi per guardare.
Invece, come al solito, queste cose arrivano in città seguendo un percorso preciso. Non è che per caso l'arte a Brescia ha sempre l'abitudine di frequentare solo certi ambienti? Te lo spiego io: succede perché chi organizza queste cose pensa che la bellezza sia un privilegio, non un diritto. Hai capito bene.
Chi paga, chi incassa
Qui arriva il punto. Quando si parla di grandi nomi, di "brand" come Missoni, non si parla più solo di colori o di tessuti. Si parla di valore di mercato. Qualcuno ha già deciso per noi che l'arte deve essere un investimento. Non è normale che un'opera d'arte venga vista prima come un asset finanziario e poi come un'emozione.
Chi incassa? Beh, i soliti. Chi gestisce le gallerie, chi organizza gli eventi esclusivi, chi muove i fili del mercato del lusso. Loro decidono chi può entrare, chi può guardare e, soprattutto, chi può comprare. Il circuito è chiuso, un cerchio perfetto dove i soldi girano tra le stesse mani di sempre, mentre noi guardiamo da fuori, o al massimo entriamo come ospiti di serie B per fare due foto e andare via.
E chi paga? Ancora noi. Non dico che paghiamo il biglietto (che a volte è pure gratis), ma paghiamo in termini di cultura. Paghiamo il prezzo di una città che accoglie il "grande nome" per darsi un tono, per dire "guarda che anche a Brescia arriva il lusso", ma che non si chiede se quel lusso serva a qualcosa per chi vive qui ogni giorno.
Ci tocca accettare che l'arte arrivi in città come un pacco regalo confezionato bene, ma che dentro c'è scritto "solo per pochi". È un sistema dove il prestigio di chi espone serve a dare prestigio a chi ospita. Un gioco di specchi dove l'opera d'arte diventa quasi un accessorio per confermare lo status sociale di chi frequenta l'evento.
Eppure basterebbe spostare l'asse. Basterebbe che queste mostre non fossero solo vetrine per vendere pezzi costosi a collezionisti che probabilmente hanno già dieci case, ma che diventassero occasioni per sporcarsi le mani, per spiegare come si fa un tessuto, per portare il colore dove c'è solo il grigio del cemento.
Invece preferiscono il silenzio dei salotti. Perché nel silenzio è più facile decidere il prezzo di un quadro senza che nessuno chieda: "Ma a cosa serve tutto questo se la gente non può toccarlo?".
E allora?
L'arte di Luca Missoni sarà bellissima, i colori saranno stupendi e la tecnica sarà impeccabile. Ma a che serve avere i colori della luna in città se restano chiusi in una bolla di vetro?
Vogliamo continuare a fare i comparse nelle mostre dei ricchi o vogliamo pretendere che la bellezza smetta di essere un business e torni a essere di tutti?