Il fatto

Sabato 18 aprile, alle 18:00, Riccardo Bertoncelli presenta il suo memoir "Abitavo a Penny Lane" alla libreria Feltrinelli di corso Zanardelli. Un racconto che ripercorre la storia del rock dagli anni Sessanta alla morte di Lennon, tra dischi e radio libere.

La storia

Te lo spiego io come funzionava una volta. Se volevi scoprire un gruppo nuovo, non avevi un algoritmo che ti suggeriva cosa ascoltare in base a quanto avevi speso l'ultima volta. Dovevi andare nel negozio di dischi, parlare con il tizio che stava dietro al bancone, litigare su quale fosse il miglior album dei Rolling Stones e passare ore a leggere fanzine scritte a macchina e fotocopiate in fretta e furia.

Era un modo di vivere. La musica non era un sottofondo per fare jogging o un file che scarichi mentre sei in coda alle poste. Era identità. Era il modo in cui dicevi al mondo chi eri e, soprattutto, chi non volevi essere. A Brescia avevamo i nostri spazi, i nostri riti, quella voglia di ribellione che passava per un vinile graffiato e una radio che gracchiava, ma che ti faceva sentire parte di qualcosa di più grande.

Oggi, se vuoi parlare di cultura, dove vai? In una libreria che fa parte di una catena nazionale, in un corso che è diventato un salotto per turisti e gente che passeggia senza guardarsi in faccia. È bello che Bertoncelli torni a raccontare quella stagione, certo, ma c'è qualcosa che non torna in questo contrasto.

Chi paga, chi incassa

Qui arriva il punto. Qualcuno ha già deciso per noi che la cultura debba essere "evento". Non è più un percorso che fai da solo, tra i vicoli della città o in un circolo di periferia, ma un appuntamento a ora fissa in un luogo che, per quanto bello, è un business. La Feltrinelli vende libri, certo, ma vende anche un'immagine di cultura confezionata, pulita, rassicurante.

Chi incassa in questa operazione? I grandi distributori, le catene che hanno mangiato i piccoli librai di quartiere, quelli che una volta ti conoscevano per nome e ti mettevano da parte il disco che aspettavi da un mese. Ancora noi che ci ritroviamo a fare i consumatori di ricordi, mentre i luoghi della vera sperimentazione sono stati chiusi, venduti o trasformati in uffici e B&B.

Non è normale che per celebrare la "ribellione" e la "libertà" degli anni Sessanta e Settanta, l'unico posto disponibile sia un negozio di una multinazionale. Ci tocca accettare che la cultura sia diventata un prodotto da scaffale, con l'etichetta del prezzo ben visibile e l'aria condizionata a palla, mentre fuori la città perde pezzi di anima ogni giorno di più.

Eppure basterebbe un po' di coraggio per riportare questi incontri nei centri sociali, nelle scuole di periferia, nei cortili dei palazzi popolari dove i ragazzi di oggi non sanno nemmeno chi sia John Lennon, se non come nome di un profilo Instagram. Invece preferiamo il corso, il prestigio, la vetrina lucida.

Hai capito bene: stiamo celebrando la memoria di un'epoca in cui si voleva cambiare il mondo, ma lo facciamo seduti in un posto che il mondo lo ha già cambiato per renderlo più redditizio. Il libro di Bertoncelli parla di desideri e sogni, ma il contesto in cui viene presentato parla di fatturati e quote di mercato.

E allora?

Andremo a sentire Bertoncelli? Certo, perché la sua storia è preziosa e Brescia ha bisogno di ricordare che è stata capace di sognare in grande. Ma mentre ascoltiamo i racconti di Penny Lane, proviamo a chiederci: dove sono finite le nostre "Penny Lane" oggi?

Siamo ancora capaci di creare spazi di libertà che non siano gestiti da un ufficio marketing, o ci siamo ormai accontentati di comprare il ricordo della ribellione confezionato in un libro nuovo di zecca?