Il fatto
Giovanni Vernia, comico e artista, ha spiegato in un'intervista a BresciaOggi il suo metodo di lavoro: analizza personaggi famosi, da Sinner a Jovanotti, passando per Lauro, per estrarne il lato comico e trasformarlo in spettacolo.
La storia
Immaginate la scena. Siete in coda alla posta, o magari bloccati nel traffico di Viale Italia con il sole che picchia sul parabrezza e l'aria condizionata che decide di mollarvi proprio oggi. Accanto a voi c'è uno che ride, magari guardando un video sul telefono, o che commenta con una battuta fulminante quanto sia assurdo che per un timbro di un foglio si debba aspettare due ore.
Ecco, Vernia fa questo: prende l'assurdo, lo guarda dritto negli occhi e lo trasforma in una risata. È un lavoro che richiede occhio, intuito e una certa dose di cinismo. Perché per far ridere qualcuno, prima devi aver capito esattamente dove sta il problema, dove sta la crepa nel personaggio o nella situazione. Te lo spiego io: la comicità non nasce dal nulla, nasce dal contrasto tra come le cose dovrebbero essere e come sono invece.
A Brescia siamo abituati a questo. Siamo gente che lavora, che suda, che non ha tempo per le chiacchiere inutili, ma che in pausa pranzo, tra un panino e un caffè veloce, sa trovare la battuta giusta per sbeffeggiare la sfortuna. È il nostro modo di sopravvivere. Quando Vernia dice di cercare il "lato comico della vita", in fondo sta parlando della lingua che parliamo tutti noi ogni giorno per non impazzire.
Chi paga, chi incassa
Però, fermiamoci un attimo. Qui c'è il punto. Mentre noi ci divertiamo a guardare i "personaggi" – i campioni di tennis, i cantanti famosi, i volti della TV – chi è che decide chi merita di diventare un personaggio? Hai capito bene: c'è un'intera industria che decide chi deve essere l'idolo della settimana e chi, invece, deve restare nell'ombra a pagare i biglietti per andare a vedere lo spettacolo.
C'è chi incassa milioni di euro diventando "icona", e c'è chi, per far sì che quell'icona splenda, deve lavorare dietro le quinte per stipendi che non bastano nemmeno a pagare l'affitto in un bilocale in periferia. Ancora noi. Sempre noi a finanziare l'industria dell'intrattenimento che ci serve per dimenticare, per un'ora, che fuori dal teatro le strade sono piene di buche e che i servizi pubblici funzionano a singhiozzo.
Qualcuno ha già deciso per noi che l'unico modo per affrontare la realtà sia ridendone. Certo, ridere fa bene, ma c'è un confine sottile tra il ridere di un'assurdità e l'usare la risata come anestesia. Se tutto diventa "comico", se anche il fallimento di un sistema o l'arroganza di un personaggio famoso diventano solo materiale per uno sketch, allora smettiamo di chiederci perché le cose vadano così.
Chi incassa davvero è chi gestisce l'attenzione. Chi controlla i social, chi decide quali clip devono diventare virali, chi trasforma la vita di una persona in un prodotto di consumo. Il comico è l'artigiano che lavora il materiale, ma il materiale è fornito da un sistema che ci vuole distratti. Non è normale che l'unico modo per sentirci vicini a chi sta "in alto" sia attraverso una caricatura.
Ci tocca accettare che l'intrattenimento sia diventato l'unica valvola di sfogo rimasta. Invece di pretendere che i personaggi pubblici siano esempi di integrità o che le istituzioni funzionino, ci accontentiamo di una battuta ben riuscita che ci faccia dire "eh, guarda che ridicolo". Ma mentre ridiamo, il conto arriva comunque a noi. Paghiamo l'abbonamento alla piattaforma, paghiamo il biglietto, paghiamo con il nostro tempo.
Eppure basterebbe smettere di guardare solo i "personaggi" e iniziare a guardare chi sta accanto a noi. Il vero lato comico – quello amaro, quello che scotta – non è in un atleta che vince tutto o in un cantante che riempie gli stadi, ma nella distanza abissale che c'è tra le loro vite e la nostra lotta quotidiana per arrivare a fine mese.
E allora?
Andiamo a vedere lo spettacolo, ridiamo, ci divertiamo. Ma quando usciamo dalla sala e torniamo a camminare per le nostre strade, dobbiamo chiederci: stiamo ridendo per liberarci o stiamo ridendo perché abbiamo smesso di pretendere che le cose cambino?
Siamo ancora capaci di essere incazzati o ci siamo abituati a trovare tutto "divertente"?